del Donbass

Francesca Mannocchi
Shakhtarske
Il cielo sopra Shakhtarske è basso, uniforme, privo di luce. Qui non si guarda il meteo per capire se pioverà, ma per capire se si potrà volare. Il tempo è diventato un alleato o un avversario: quando il vento è forte, il fronte respira; quando l’aria è ferma, il pericolo sale. In questa guerra il cielo non è più il fondale delle battaglie, è la battaglia stessa. Ogni ora, ogni grado di temperatura, ogni metro di visibilità può decidere chi resta vivo e chi no. La base di comando della 59ª unità dell’esercito ucraino in quest’area, è nascosta dietro una collina spoglia, un edificio disfatto. Dentro, il rumore è quello dei generatori e dei monitor, i tavoli sono coperti di fili, visori, batterie, schermi. Gli operatori parlano poco, si muovono con la calma tecnica di chi ha imparato che la distrazione è più pericolosa del nemico. Davanti a loro scorrono immagini in diretta: case distrutte, campi congelati, un punto nero che si muove tra gli alberi e che, se identificato come bersaglio, smetterà di muoversi pochi secondi dopo. Non è una scena eroica, non è cinematografica. È un turno di lavoro della guerra dei droni, la guerra che produce morte a basso costo.
Vista dagli schermi delle postazioni dei dronisti, la guerra non è più il momento eccezionale in cui si uccide: è la routine di un mestiere. Ogni decollo è un compito, ogni impatto una statistica. La distanza tra chi guarda e chi viene colpito è il cuore del nuovo potere: si può osservare tutto, decidere tutto, restare intatti. L’uccisione diventa una procedura pulita, la violenza un gesto neutro, quasi amministrativo. È questo il linguaggio della guerra dei droni: una lingua senza carne, fatta di coordinate e pixel, in cui il corpo sparisce e resta solo lo sguardo.
Maksym Bogachuk, nome di battaglia Condor, ha poco più di trent’anni, ed è a capo dell’unità di droni della 59ª brigata. La sua giornata è fatta di schermi, frequenze, batterie, mappe e di un’altra cosa, spietata e semplice: impedire che i russi arrivino vicini al punto da costringere la fanteria a scoprirsi. Parla con misura. Non per prudenza, per abitudine. La sua guerra non è quella dei movimenti, è quella delle immagini: vedere prima, restare nascosti, colpire senza esporsi. In questo conflitto, chi regge lo sguardo regge anche il tempo. E Condor, da tempo, vive lì dentro.
Parla del meteo per parlare di guerra, se c’è troppo vento, se piove troppo i droni volano meno, l’offensiva si inceppa, i movimenti si rarefanno e la linea del fronte torna per qualche ora a somigliare alle guerre che conoscevamo. È un paradosso che non suona come un paradosso. La tecnologia che prometteva di rendere la guerra più veloce e più mobile l’ha resa, in molti settori del Donbass, dipendente da una variabile primitiva: il vento, la pioggia, la visibilità. La meteorologia è diventata strategia. Il cielo, infrastruttura. Condor è nato nel 1993, si è laureato in un’università pedagogica, avrebbe voluto insegnare storia, ma non ha fatto in tempo: appena laureato ha firmato un contratto ed è finito in brigata.
La storia che voleva raccontare lo ha preso per la gola e lo ha costretto a viverla. Oggi casa sua è un insieme di scantinati, capanni, linee di alberi bruciati. Nel 2025 è stato a casa meno di 10 giorni in tutto. Quattro dei quali a maggio, per festeggiare il compleanno della figlia, Veronika, che compiva dieci anni.
Quando comincia a raccontare, usa le percentuali come se fossero date. Non è cinismo, è la forma che ha preso il linguaggio della guerra, da quando il fronte è diventato anche un bilancio, un grafico, una somma di ore e di perdite. All’inizio dell’invasione, nel 2022, i droni erano pochi, due o tre in tutta la brigata, utili a guardare un tratto di linea, a confermare un movimento, a fare ricognizione. Poi è bastata un’estate. Condor quell’anno è stato tre mesi a Kyiv e al ritorno sul fronte il cielo era già diverso, pieno di occhi.
Oggi Condor ripete una frase come una consegna: se nel 2022-2023 l’80 per cento del lavoro lo faceva la fanteria, adesso l’80 per cento lo fanno i droni. Qui la guerra non è più soltanto una linea di trincee e mine, è un ecosistema di frequenze e disturbi, di jammer e antenne, di esche e reti, di gabbie metalliche saldate sui blindati, di cartone e gomma che imitano sagome umane. Il terreno non è più solo terra: è anche spettro elettromagnetico. Chi lo controlla decide chi può muoversi, e chi no. Fuori, a pochi chilometri, il fronte si muove per infiltrazioni: piccoli gruppi d’assalto russi che provano a entrare nelle retrovie, a tagliare la logistica, a costringere gli ucraini a scoprirsi. Condor dice che li «distruggono con successo», ma che sono molti, non smettono mai. Poi snocciola numeri: a novembre 150, a dicembre più di 300. È una cifra che, detta così, resta astratta. Ma basta guardare le facce dei ragazzi che lavorano con i visori per capire che ogni numero è un video, ogni video un impatto, ogni impatto un corpo che smette di muoversi. Questa non è una guerra nuova. Ma è la prima in cui i droni non sono più accessori, sono sistema, sono industria, sono cultura. E sono, soprattutto, una forma di potere che cambia la grammatica del morire: non solo chi muore, ma come lo si guarda morire. Per capire la rivoluzione bisogna partire dalla scala, dalla massa.
In Ucraina la guerra è diventata massa, e la massa è diventata metodo. Kyiv ha annunciato per il 2025 un acquisto nell’ordine di 4,5 milioni di droni Fpv e, nello stesso anno, ha rivendicato la consegna di 3 milioni di unità alle Forze armate: numeri da filiera nazionale. Dall’altra parte Mosca risponde con la stessa logica di saturazione: sciami di droni a lungo raggio, attacchi ripetuti, pressione notturna. Il 27 dicembre, l’esercito russo ha lanciato su Kyiv, 519 droni e 40 missili nello stesso attacco. In questa economia della distruzione, un FPV “da trincea” può costare cinquecento dollari o meno e fermare un mezzo, inchiodare una strada, trasformare minuti in ore, perché quando il conflitto è logoramento, il tempo diventa materia militare. I droni russi, prodotti a costi che permettono la ripetizione, costringono l’Ucraina a consumare difese più care. La sproporzione non è un dettaglio: è strategia. Per questo Kyiv sta spingendo su una difesa aerea “povera”: droni intercettori contro droni, fino a mille al giorno. È in questo passaggio che il fronte cambia natura: diventa trasparente e, insieme, pieno di inganni. A gennaio 2025, secondo le Nazioni Unite, i droni a corto raggio sono stati la prima causa di morti civili verificate: l’arma che prometteva precisione è scesa di quota ed è entrata nella vita ordinaria, nelle auto, nelle strade, in ogni spostamento. È questo l’impatto reale dell’arrivo dei droni: una guerra che non cambia solo chi colpisce, ma come si vive sotto il cielo, sapendo che la morte può arrivare in qualsiasi momento e che, prima di arrivare, ti avrà guardato. La guerra dei droni è una guerra di conti e di fabbriche, di industria prima ancora che di manovre. Chi riesce a produrre di più, più in fretta, a costi più bassi, compra tempo. E in Ucraina il tempo è una moneta. Secondo una stima del Rusi, fondata su studi recenti, i droni sarebbero responsabili del 60-70 per cento dei sistemi militari russi danneggiati o distrutti. Non vuol dire che i droni abbiano sostituito l’artiglieria o il resto dell’apparato bellico; vuol dire che la sequenza della guerra si è spostata: prima si vede, poi si decide, e solo dopo si spara. L’occhio precede il colpo, e spesso lo determina. E quando lo sguardo diventa arma, cambia il modo in cui i corpi abitano la guerra. La fine dell’illusione di muoversi al riparo è la prima conseguenza. Ogni strada può essere osservata, ogni camion seguito, ogni gruppo tracciato. Il fronte diventa trasparente e, insieme, ingannevole: la mimetizzazione non è più un’arte accessoria, è la forma minima della sopravvivenza e chi combatte passa metà del tempo a sparire.
Condor dice che non pensa al futuro e ripete che pensa alla brigata come a casa sua. Il tempo non si misura in assenza o presenza dalla famiglia ma sul tempo lungo della pace, dice. Quella che si raggiunge solo se «mia figlia non sarà costretta a combattere di nuovo tra vent’anni – dice –. Che almeno siano 150». Non pensa di mancare alle sue responsabilità verso la famiglia, tornando a casa dieci giorni all’anno, pensa di tutelare il futuro di tutti, sperando che – se lui lavora bene al fronte, coi droni, intercettando i russi e impedendo loro di avanzare – il ronzio dei droni non arriverà anche a Vinnitsya sulla testa della sua famiglia. «Per ora – dice – mi concentro sui miei uomini vivi, penso a riportarli a casa, ma so che ho già fallito, perché ne ho visti morire. Pochi, comunque troppi». È in questa disciplina quotidiana che si capisce cosa significhi, qui, “prima persona”. Fpv è first-person view, e il termine tecnico diventa descrizione esatta di una mutazione radicale della guerra. La morte diventa un evento mediato da un feed video tremolante, a volte in bianco e nero, spesso sospeso per un secondo prima dell’impatto. In quella sospensione c’è una rivoluzione morale. L’avversario non è più una sagoma nella foschia. È una figura che corre, inciampa, si nasconde, si ferma. E chi guida lo vede. Lo inquadra. Lo segue. A volte lo perde per un attimo e lo ritrova. La camera del drone diventa la forma più radicale di testimonianza e di potere: posso guardarti finché non sei più vivo. Lo sguardo è diventato il vero dispositivo bellico. Non uno sguardo umano, situato, vulnerabile, ma uno sguardo astratto, continuo, scomposto in una molteplicità di punti di osservazione che non coincidono mai con un volto. È uno sguardo che non conosce stanchezza, che non si distrae, che non si commuove. Vede senza incontrare, registra senza comprendere, è uno sguardo che precede l’azione e, spesso, la rende superflua: perché nella guerra dei droni vedere è già un atto di dominio. L’avversario non è più colui che fronteggia, ma colui che appare. È ridotto a una figura transitoria dentro un flusso di dati. Non viene odiato, perché l’odio richiede un volto. Viene classificato, validato, inserito in una sequenza decisionale che non conosce esitazione. Nel Donbass si muore senza essere visti e si uccide senza vedere davvero. E in questa doppia cecità si consuma una trasformazione profonda: la guerra non è più un conflitto tra volontà, ma una gestione tecnica della vita e della morte. E nel momento in cui la guerra diventa un inventario del cielo, la domanda non è più dove sia il nemico. La domanda è se, in questo istante, qualcuno ti sta guardando. —


