di Lorenzo Carle – infoloreleca.com

Non è lo spot in sé a preoccupare, ma ciò che produce. Quando una grande azienda come Leonardo entra nelle nostre case non per vendere un prodotto, ma per raccontare un’idea, sta facendo politica culturale.

Il messaggio è semplice e potente: sicurezza uguale protezione, protezione uguale bene comune. Un’equazione inattaccabile. Così la spesa militare smette di essere una scelta politica e diventa un fatto “naturale”, inevitabile, persino rassicurante.

Intanto, però, la legge di bilancio taglia. Taglia sulla sanità pubblica, allontana le pensioni, riduce lo stato sociale e chiede sacrifici ai cittadini. I soldi “non ci sono”, ci viene ripetuto.

Eppure i fondi per il riarmo si trovano sempre. Senza grandi discussioni, senza un vero confronto pubblico, senza che qualcuno si senta in dovere di spiegare perché quella debba essere la priorità assoluta.

Il problema non è discutere di difesa. Il problema è non poterla più discutere. Chi decide cosa è sicurezza e cosa no? Con quali controlli democratici? Con quale idea di futuro per un Paese che taglia ospedali ma aumenta stabilmente la spesa militare?

Quando la difesa viene presentata con il linguaggio della cura, diventa moralmente inattaccabile. E ciò che non si può attaccare non si può nemmeno mettere in discussione.

La sicurezza non è uno spot.
La sicurezza è una scelta politica.

E le scelte politiche, se sono serie, devono poter essere contestate, analizzate, misurate. Altrimenti la sicurezza diventa un alibi sotto cui far passare più spesa, più opacità, più dipendenza da un’economia che vive di scenari di rischio.

Perché quando una scelta non può più essere discussa, non è più democrazia. È consenso costruito.