
I fu giallorosa marceranno divisi, nella speranza di vincere assieme nel nome del No. Con una convinzione comune, la partita del referendum non si potrà giocare schiacciandosi sui magistrati, ma puntando sui danni per i cittadini e i rischi per la giustizia che verrà. I non ancora alleati, per dirla come Giuseppe Conte, cioè Pd e Cinque Stelle, non faranno un comitato dei partiti per la consultazione sulla separazione delle carriere. Al limite, solo un (blando) coordinamento. Entrambi i partiti si terranno le mani (più) libere. Ergo, si stanno muovendo per proprio conto, formando i propri dirigenti su contenuti e contorni del referendum di marzo. In più piccolo il Movimento, con riunioni tra Conte e alcuni dirigenti, in cui si ragiona su come impostare la campagna.
Decisamente in modo più esteso per i dem, con corsi di formazione distribuiti per ogni regione, come ha spiegato la responsabile Giustizia, Debora Serracchiani, all’assemblea del Pd di domenica. Ieri è toccato al Lazio, negli scorsi giorni a Lombardia, Toscana e Piemonte. Si andrà avanti fino al 20 gennaio per coprire ogni regione, con i parlamentari dem delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia di Camera e Senato che prepareranno i dirigenti locali. Il Pd sta lavorando anche a un grande evento di formazione a gennaio, in presenza e online, per il quale si pensa a docenti di nome. Tutto ancora riservato, ma di fatto sarà quello l’evento di lancio della campagna per i dem, che si appoggeranno anche ai vari comitati locali, lasciando libertà ai territori su quanto e come investire sulla consultazione.
Il Movimento, invece, riflette su quali temi puntare e come. Di certo insisterà sull’inutilità della riforma rispetto ai problemi della giustizia e sui costi, anche della consultazione. E batterà molto sui rischi per l’assetto democratico. “Una volta che li avranno separati dai giudici, il pericolo di uno scivolamento dei pubblici ministeri verso la politica e il governo sarà immediato” è il ragionamento. Tradotto: non si vuole dare l’idea di un rischio possibile – quello dell’assoggettamento formale dei pm all’esecutivo, che pure verrà evocato – ma si ripeterà che le conseguenze di una vittoria del Sì saranno certe e rapide. Un altro punto fermo è che la campagna non dovrà sembrare una difesa pura e semplice dei magistrati, nel timore che possa essere letta come una battaglia per tutelare un potere. Il resto dovranno farlo le iniziative sui territori, con i parlamentari ed ex magistrati Roberto Scarpinato e Federico Cafiero de Raho che saranno in prima linea sui palchi. Ma non in tv, “dove cercherebbero sempre di attaccarli sulle vicende della commissione Antimafia, pur di non andare sul merito” dicono dal M5S.
Di sicuro sia i 5Stelle che i dem sperano parecchio nell’apporto della Cgil e delle altre associazioni, ossia in un voto militante che potrebbe fare la differenza in una consultazione senza quorum, e nelle quale i simpatizzanti del Sì potrebbe essere meno motivati a recarsi alle urne. Si attende per questa settimana l’ufficializzazione del comitato che ha come capofila proprio il sindacato, con Giovanni Bachelet come Presidente e Rosy Bindi come volto di punta. I dem impegnati per il no ci tengono a sottolineare l’importanza del comitato fatto dagli avvocati. Per dirla con la senatrice Anna Rossomando, “è importante che si schierino per dire che con la riforma si altera l’equilibrio tra i poteri dello Stato”.
Ma restano i distinguo. Proprio nel Pd, con l’ala pro separazione che è attivissima. Per il 12 gennaio l’associazione Libertà Eguale ha organizzato l’evento “La sinistra che vota sì”. Ci saranno tra gli altri. Stefano Ceccanti, Claudio Petruccioli, Enrico Morando e Cesare Salvi. Una contro-manifestazione in piena regola, alla quale parteciperanno anche il forzista Enrico Costa e Francesco Petrelli, il presidente delle Camere penali. Tradotto, il no al referendum è la prossima frontiera di chi vuole indebolire la leadership di Elly Schlein dall’interno. Ma la segretaria ieri sera ha ribadito la sua linea, tornando ad attaccare frontalmente Giorgia Meloni: “L’obiettivo della separazione non è migliorare la giustizia, e lo ha chiarito Meloni, quando sulla sentenza della Corte dei conti sul Ponte di Messina di fatto ha detto: ‘Adesso con questa riforma vi facciamo vedere noi chi comanda’”.
