🌱 VALLE BORMIDA: INCENERITORE O RICICLO? DUE SCENARI POSSIBILI
In Val Bormida non stiamo discutendo solo di un impianto, ma del modello di sviluppo che vogliamo per il nostro territorio.
Da una parte c’è l’inceneritore:
➡️ ceneri da smaltire
➡️ emissioni in un’area già fragile
➡️ un sistema che richiede rifiuti per funzionare
Dall’altra c’è il riciclo avanzato e i CRRM:
➡️ meno rifiuti da trattare
➡️ materiali recuperati e valorizzati
➡️ coinvolgimento dei cittadini con benefici concreti
La domanda è semplice: dove vogliamo che vada la Valle?
Verso un futuro fatto di fumi e ceneri… o verso un’economia pulita che crea valore invece di bruciarlo?
La scelta riguarda tutti noi. E il momento di farla è adesso. 🌍💚

Inceneritore, polverizzatore, gasificatore: perché il progetto di un impianto in Val Bormida è sbagliato e quali alternative abbiamo.

Dal “termovalorizzatore” al PIG: chiamiamo le cose col loro nome

Chiamarlo “inceneritore della Val Bormida” è già riduttivo, definirlo “termovalorizzatore” è puro maquillage linguistico. Un impianto che brucia rifiuti è, di fatto, un:

  • Polverizzatore – produce polveri sottili e ultrafini che i filtri non trattengono e che arrivano fino agli alveoli polmonari;
  • Inceneritore – genera ceneri altamente inquinanti da smaltire comunque in discariche speciali;
  • Gasificatore – trasforma la maggior parte del rifiuto in gas, soprattutto CO₂ climalterante, insieme a sostanze molto pericolose come le diossine.

Per questo è più corretto parlare di PIG: Polverizzatore–Inceneritore–Gasificatore.

I numeri reali di un PIG: il caso del Gerbido (Torino)

Il PIG più vicino alla Val Bormida è l’impianto del Gerbido, alle porte di Torino. I suoi dati aiutano a capire di che cosa stiamo parlando. Nel 2016 l’impianto ha trattato:

  • 440.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani (RSU);
  • con la produzione di circa 113.000 tonnellate di ceneri, pari a un buon 25% del rifiuto bruciato.

Quelle ceneri sono rifiuti speciali da conferire in discariche dedicate o, peggio ancora, da “riciclare” come aggregati nel cemento, con rischi per chi lavora e per chi vive vicino a strutture costruite con quei materiali.

Per trasformare il resto dei rifiuti in gas e polveri l’impianto ha inoltre consumato:

  • circa 8 milioni di m³ di metano all’anno solo per alimentare la combustione;
  • quasi 12.000 tonnellate di reagenti chimici per il “trattamento” dei fumi;
  • oltre 1 miliardo di litri d’acqua di falda, restituiti parzialmente in fognatura con un cocktail di decine di sostanze inquinanti.

Il risultato è semplice: ciò che non va in discarica come cenere finisce in atmosfera dalla cima della ciminiera, spinto dal vento lungo la valle. In un territorio già fragile e in parte compromesso, come la Val Bormida, pensare di aggiungere un PIG significa aumentare il carico inquinante su aria, suolo e acque.

Ma non dovevano “eliminare le discariche”?

Spesso si racconta che l’inceneritore è la soluzione perché “evita le discariche”. La realtà è l’esatto opposto: bruciando 100 kg di RSU si producono circa 25 kg di ceneri che devono comunque finire in discariche speciali, più costose e più problematiche delle discariche tradizionali.

In più restano da gestire:

  • le polveri sottili e ultrafini che sfuggono ai filtri e si accumulano nei polmoni;
  • le diossine e molti altri microinquinanti persistenti, anche in tracce, che si bioaccumulano nella catena alimentare;
  • le emissioni climalteranti di CO₂ e altri gas, in aperta contraddizione con gli obiettivi di decarbonizzazione.

L’alternativa: i CRRM (Centri di Raccolta e Remunerazione Materiali)

Se l’obiettivo è chiudere il ciclo dei rifiuti in modo sostenibile, la strada non è bruciarli, ma recuperare materia. Una proposta concreta sono i CRRM – Centri di Raccolta e Remunerazione Materiali.

Si tratta di centri semi–automatizzati dove cittadini e imprese conferiscono materiali già separati e puliti, come:

  • vetro (verde, bianco, ambrato);
  • carta e cartone, tetrapak;
  • plastica selezionata (PET, PP, ecc.);
  • metalli (ferro, alluminio, rame…);
  • altre frazioni riciclabili ad alto valore.

I materiali vengono pesati su piattaforme collegate ai cassoni scarrabili, e la qualità del conferimento è controllata da operatori e videocamere supportate da sistemi di intelligenza artificiale. Il valore dei materiali raccolti si traduce in sconti sulla TARI per le famiglie conferenti.

I vantaggi sono evidenti:

  • più raccolta differenziata reale e meno indifferenziato;
  • meno camion in giro e meno usura dei cassonetti;
  • filiera cortissima: dal cittadino all’impresa che riutilizza la materia prima secondaria;
  • premialità economica per chi conferisce bene, invece di penalità generalizzate.

Una scelta politica, non tecnica

I numeri dimostrano che un PIG è ambientalmente, socialmente ed economicamente discutibile. In Val Bormida, poi, sarebbe semplicemente insensato: un territorio che chiede bonifiche, rilancio produttivo sostenibile e tutela della salute non può essere trasformato nel retrocortile in cui bruciare i rifiuti di mezza regione.

Se i cittadini e i Comuni della valle riusciranno a imporre un modello alternativo basato su riduzione, riuso, riciclo e CRRM, sarà difficile per la Regione continuare a ignorare una soluzione più moderna, più giusta e più conveniente per tutti.

La domanda, allora, è semplice: vogliamo investire miliardi per un PIG che lega il territorio ai rifiuti per decenni, o vogliamo costruire una filiera dell’economia circolare che crea lavoro pulito e tutela la salute?