La pronuncia della Corte dei Conti sul piano rifiuti della Regione Sicilia è un passaggio che merita attenzione anche fuori dall’isola. Non solo perché smonta la narrazione politica che accompagna da anni la spinta sugli inceneritori, ma soprattutto perché mette in fila, con rigore istituzionale, ciò che molti territori denunciano da tempo: senza pianificazione seria, senza dati affidabili e senza una strategia industriale moderna, gli impianti di combustione dei rifiuti non sono la soluzione, ma parte del problema.

In 224 pagine di analisi, la magistratura contabile ha evidenziato undici criticità strutturali. Fra queste, alcune sono di una gravità disarmante: la “grave e ingiustificabile assenza di documenti” delle gestioni commissariali, la “gravissima carenza di personale” dell’assessorato regionale all’Energia e un piano rifiuti definito ormai “superato in punti fondamentali”. In pratica: si pianifica al buio, senza conoscere con precisione impianti, volumi, fabbisogni e costi reali.

Ma c’è di più. La Corte mette nero su bianco un rischio che vale per chiunque voglia costruire inceneritori senza una solida base tecnica: la mancanza di una programmazione attendibile rischia di compromettere l’intera rete impiantistica, generando inefficienze, aumenti di costi e vulnerabilità nei bilanci pubblici. In Sicilia è già successo: venticinque anni di commissariamenti non hanno prodotto gli impianti promessi, ma hanno lasciato dietro di sé ritardi, emergenze croniche e un sistema incapace di uscire dall’eccezione.

Per chi vive in territori già fragili dal punto di vista ambientale, questa analisi è una conferma importante. Significa una cosa semplice: non si può imporre un termovalorizzatore senza prima dimostrare che la Regione abbia un piano credibile, aggiornato e coerente con gli obiettivi europei di riduzione, riuso e riciclo. Dove questi presupposti mancano, il rischio non è solo ambientale e sanitario, ma anche economico: danno erariale e spesa pubblica fuori controllo.

La lezione siciliana è chiara. Prima dei proclami, servono trasparenza, numeri, competenze e una visione industriale che guardi all’economia circolare, non alla combustione dei materiali. La transizione ecologica non si fa con scorciatoie di vent’anni fa: si fa riducendo i rifiuti, potenziando la raccolta differenziata e costruendo filiere del riciclo che creino lavoro vero, stabile e non basato sull’emergenza permanente.

Per molte regioni italiane – e per territori come la Val Bormida – queste 224 pagine della Corte dei Conti non sono un semplice atto tecnico, ma un monito preciso: senza una programmazione seria, gli inceneritori non risolvono nulla. Rischiano solo di riprodurre gli errori degli altri.