In Val Bormida ormai funziona così: invece di chiudere i capitoli del passato, se ne aprono altri. L’ex Comilog ne è l’ultimo esempio. Una fonderia chiusa da oltre vent’anni, già classificata come area contaminata dal 1999 e formalmente nota a tutti gli enti dal 2003… eppure inserita solo nel luglio 2024 nell’anagrafe regionale dei siti da bonificare. Una coincidenza? Una distrazione pluridecennale? O l’ennesima pagina del manuale politico “Come non affrontare i problemi ambientali e al contempo aprire la strada a nuovi impianti impattanti”?

La superficie è imponente: più di 80 mila metri quadrati divisi in quattro zone, ciascuna con la sua collezione di sostanze tossiche. Arsenico, antimonio, tallio, benzo(a)pirene e altri idrocarburi pesanti che non hanno bisogno di presentazioni. Una bonifica avviata, costata circa un milione di euro, ma ancora senza certificazione finale. Nel frattempo, qualcuno già si chiede se questi 80 mila metri quadrati possano “fare comodo” per la realizzazione del famigerato termovalorizzatore, visto che lo studio RINA indica proprio un minimo di 100 mila metri quadrati con un 30% di tolleranza. Una coincidenza perfetta, direbbero gli ottimisti. Una manovra di avvicinamento, direbbero i realisti.

Intanto, in questa valle che dovrebbe essere un paradiso naturale, la lista dei veleni è infinita: Cengio–con i suoi lagos dell’ACNA, la collina artificiale di rifiuti tossici accanto alla Ferraro e alla statale, i terreni contaminati lungo l’asse industriale cairesi, la questione irrisolta di Italiana Coke, il capannone a Bragno pieno di ceneri dell’inceneritore di Torino. Una valle “satura” non è più una metafora: è una diagnosi ambientale, sanitaria e persino sociale.

Eppure, nel copione regionale, il problema non sono i veleni già presenti. Il problema, incredibilmente, sarebbe che non abbiamo ancora un inceneritore. Come se la soluzione al secolo di contaminazioni fosse… aggiungerne un’altra. E per giunta in un territorio che non ha né un pronto soccorso, né un ospedale pienamente funzionante, né un sistema sanitario in grado di sostenere l’impatto epidemiologico che questi impianti inevitabilmente generano nel lungo periodo.

La retorica è sempre la stessa: “serve per chiudere il ciclo dei rifiuti”, “crea sviluppo”, “sarà tutto controllato”. Peccato che i dati dicano il contrario: gli inceneritori bruciano, inquinano e producono tonnellate di ceneri e scorie tossiche. Altro che soluzione.

La verità è semplice e drammatica: la Val Bormida non è un foglio bianco dove piantare un nuovo impianto industriale. È un territorio che attende bonifiche reali e trasparenti, non nuove ciminiere. È una comunità che da decenni convive con malattie respiratorie, tumori, metalli pesanti nei terreni, microclimi che intrappolano gli inquinanti e una qualità dell’aria tra le peggiori della regione.

E allora una domanda è doverosa: invece di “evocare” un termovalorizzatore come panacea, perché la politica non si concentra finalmente sulla bonifica completa dell’ex ACNA, sull’ex Comilog, sulla collina di rifiuti industriali, sulla messa in sicurezza del comparto cokeria? Perché non si parla di riconversione, di prevenzione, di salute pubblica?

La risposta è sotto gli occhi di tutti. Bonificare non porta voti. Un inceneritore, invece, porta investimenti, appalti, potere contrattuale. E intanto si continua a raccontare che “sarà tutto a norma”, che “non c’è rischio”, che “porterà lavoro”. Lavoro? Forse una quarantina di posti, come a Torino. A fronte di un impatto sanitario ed economico incalcolabile.

La verità è che la Val Bormida ha già dato. Ha dato tutto. In ambiente, in salute, in sacrifici. E oggi si trova davanti a un bivio: continuare a essere un territorio da usare o diventare finalmente un territorio da curare.

L’ex Comilog nell’anagrafe delle bonifiche non è solo una notizia burocratica. È un promemoria di ciò che questa valle ha subito, e di ciò che rischia ancora una volta di subire.

E se qualcuno pensa davvero che “guarire” la Val Bormida significhi costruire un inceneritore… be’, è la dimostrazione che il problema non è la valle. Il problema è chi la governa, la studia e la decide senza conoscerla.