ERMANNO BRANCA
SAVONA
L’Italiana Coke rappresenta l’ultimo baluardo di quella che una volta era definita la «filiera del carbone», ossia un sistema produttivo sicuramente obsoleto che tuttavia garantiva lavoro alcune migliaia di persone. Che il sistema desse segnali di cedimento si sapeva da decenni ma ancora in epoca recente le istituzioni locali avevano cercato di garantirne la sopravvivenza.
Le prime avvisaglie di crisi si ebbero nel 1984 con lo sciopero della fame che coinvolse i lavoratori della Fornicoke di Vado. Nel giro di pochi anni la vertenza finì con la chiusura dello stabilimento da cui si sprigionavano nubi maleodoranti di zolfo. Il Comune di Vado sfruttò l’occasione per la prima svolta turistica del paese ma naturalmente a costo di tanti posti di lavoro.
Tuttavia i tentativi di salvare la filiera andarono avanti. L’ex ministro dei Trasporti e presidente della Regione Claudio Burlando durante il suo primo mandato aveva spiegato come l’industria savonese dovesse ancora puntare sulla cosiddetta «economia del carbone». Venne motivata così la scelta di trasferire a Vado tutto lo sbarco del carbone che non poteva più essere ospitato sulle banchine del porto di Genova sempre affamato di spazi.
All’epoca la scelta era giustificata dalla presenza della centrale elettrica a carbone di Vado Ligure che aveva anche un terminal dedicato nel porto (il Terminal rinfuse Vado) per alimentare i gruppi elettrici. Nel 2014 con l’inchiesta sulla centrale a carbone per disastro ambientale e l’interruzione dell’attività dei gruppi alimentati a carbone ci fu la svolta definitiva. Nel giro di pochi mesi il Terminal rinfuse Vado cessò di esistere perché non aveva più carbone da sbarcare per la centrale. La centrale stessa venne profondamente rivista con ampie demolizioni e l’avvio di attività produttive diverse, anche se sono rimasti due gruppi alimentati a metano. 
Nel 2019 un altro avvenimento traumatico, con l’alluvione che colpì alcuni tralicci della linea delle Funivie che collegava il porto di Savona alle aree di stoccaggio di Bagno e alla Cokeria. In sei anni non è stato possibile rimettere in funzione la linea. Pare che i costi per garantire la sicurezza dell’infrastruttura siano notevoli e comunque sinora non ci sono state imprese che abbiano voluto partecipare alla gara per il ripristino. La conseguenza immediata è che il carbone destinato all’Italcoke da anni viaggia sui camion (un centinaio al giorno)con effetti pesanti sulla viabilità della strada del Colle di Cadibona.
Da qualche tempo anche l’ultimo pezzo della «filiera del carbone» è in pericolo. Prima è stata avviata una dura controversia sulle emissioni in atmosfera dello stabilimento, con il Comune di Cairo che chiede garanzie ambientali, la Provincia che impone le misurazioni a camino, l’Italcoke che ha fatto ricorso sui provvedimenti restrittivi. Una vicenda che ancora non è stata risolta a cui negli ultimi tempi si sono aggiunte le incertezze economiche legate al mercato. L’azienda di Bragno fatica a misurarsi con avversari di Paesi dove il costo del lavoro e i vincoli ambientali sono inferiori.