PAOLO ASCHERI L’AMMINISTRATORE DELEGATO DELLA COKERIA DI CAIRO MONTENOTTE: «NESSUNO PERDERÀ IL POSTO DI LAVORO»


l’intervista
Francesco Margiocco
Cairo Montenotte
La funivia che portava il carbone dal terminal portuale all’impianto, e il coke dall’impianto al terminal, è ferma dal 2018, dopo che uno smottamento del terreno saturo d’acqua per un’alluvione ne ha fatto franare un paio di piloni. Da allora il trasporto dell’Italiana Coke avviene via camion, lungo l’autostrada Savona-Torino, a un ritmo, però, rallentato. I risultati della cokeria controllata dalla famiglia Ascheri, l’anno scorso, sono stati negativi. Il bilancio chiuso al 30 giugno 2025 è segnato da una perdita di esercizio di più di 8 milioni, quando l’anno prima aveva un utile sopra i 5 milioni, e da debiti con le banche, esigibili entro l’esercizio successivo, per 7 milioni e mezzo, oltre ad altri 35,8 milioni circa di debiti con i fornitori, anche questi esigibili entro il giugno 2026. 
«Abbiamo avuto perdite per due anni», chiarisce Paolo Ascheri, e spiega: «Anche il prossimo bilancio ne risentirà. Ma non ci sarà nessun concordato, nessuna procedura concorsuale». Ascheri, 46 anni, una laurea in economia e una vita nel settore del carbone, è, insieme al padre Augusto, l’azionista di maggioranza dell’azienda. Da marzo ne ha assunto anche la guida, come amministratore delegato. 
Come ne uscirete? 
«Aprendoci a nuovi mercati. Abbiamo una nuova collaborazione con gli Stati Uniti, in partnership con operatori locali, per l’impiego del nostro coke nella produzione di tombini, freni per automobili, pezzi meccanici e altri prodotti da fonderia. È una collaborazione appena avviata, finora abbiamo caricato tre navi per gli Stati Uniti, ma riteniamo che possa crescere». 
Gli Stati Uniti diventeranno il vostro principale mercato? 
«No, sono un terzo mercato da affiancare a Europa e Sud America. Dagli Stati Uniti importiamo storicamente la materia prima, il carbone, da diversi fornitori e di cinque-sei diverse qualità, che misceliamo per ottenere il nostro coke. Ma finora gli Usa non erano nostri clienti». 
Non ci sono i dazi di Trump?
«No, per ora. Gli Usa non sono il mercato ottimale per la distanza che ci separa, e perché il trasporto via mare è diventato più costoso. Non possiamo fare affidamento solo sugli Stati Uniti».
La crisi di Acciaierie d’Italia vi ha colpiti?
«Con Acciaierie d’Italia avevamo un contratto che è venuto meno dopo che, a inizio 2024, è entrata in amministrazione straordinaria. Ma la situazione è più complessa: il grosso del coke a livello mondiale è coke siderurgico, cioè viene impiegato nella produzione di acciaio. Noi, invece, abbiamo sempre prodotto coke da fonderia, usato dai produttori di lana di roccia, di isolanti termici, dall’industria chimica e da quella dell’automotive per costruire i freni delle macchine. Chi mi ha preceduto, aveva deciso di affiancare, a questa nostra produzione storica, quella di coke da acciaio. Oggi però questo tipo di coke soffre di una sovracapacità produttiva, dovuta alla concorrenza cinese, che ha spinto verso il basso, in Europa, il prezzo del prodotto finito, ormai molto vicino al prezzo della materia prima necessaria a produrlo, il carbone». 
Le perdite e i debiti sono figli di questa scelta e di questo contesto?
«La cokeria è come un corpo umano, non si può fermare. Se l’impianto si ferma, si raffredda e non lo riaccendi più. Devi andare avanti, e i costi fissi incidono molto. Grazie a una serie di accordi raggiunti negli ultimi mesi, riusciremo a sdebitarci». 
Ricorrerete agli ammortizzatori sociali?
«Non possiamo escluderlo. Ci stiamo ragionando. Il punto fermo è che non manderemo via nessuno. Sul tavolo della trattativa con i sindacati, non ci sono esuberi. Non possiamo permetterceli. Per andare avanti dovremo rendere più efficiente l’indotto che oggi si occupa fra l’altro della manutenzione e della pulizia della fabbrica. Ma i nostri 230 dipendenti diretti ci servono tutti. Per uscire dalla crisi dobbiamo aumentare la produzione e dobbiamo farlo subito, entro un anno».
Con l’inquinamento a che punto siete? Nel Centro–Nord d’Italia, l’area di Cairo-Montenotte ha avuto i più alti picchi di benzene nell’aria.
«Dal 2023 ci siamo dotati di tutti gli strumenti e le competenze necessarie per un continuo monitoraggio ai camini. Siamo in linea con i parametri dell’Autorizzazione integrata ambientale. La nostra collaborazione con le autorità, con il sindaco e con l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, l’Arpal, è massima. I valori sono in discesa». 
La funivia ripartirà?
«La proprietà della funivia non è nostra, è pubblica. Noi la gestivamo in concessione. Non credo che, per ora, ci sia l’intenzione di rimetterla in sesto. Per quanto ci riguarda, nel trasporto da e verso il terminal portuale, i camion vanno benissimo. E poi ci sono i treni, che carichiamo direttamente qui grazie al collegamento con la ferrovia. La funivia non è indispensabile». —