massimiliano rambaldi
savona
Il termovalorizzatore si allontana dall’ipotesi principe, ossia l’area Scarpino di Genova. La notizia, ancora sotto traccia, avrebbe preso corpo nelle ultime settimane in seguito ad alcuni sopralluoghi e analisi tecniche del sito. Anche perché, non è un segreto, nella zona si stanno eseguendo i lavori per la costruzione dell’impianto di trattamento meccanico dei rifiuti che ha avuto non pochi problemi. Primo fra tutti i ritardi causati da cedimento del terreno nella parte superiore del sito. I lavori vengono svolti da una società collegata a Iren e i tanti contrattempi di quel cantiere avrebbero cominciato a far venire più di un pensiero. Pensare sullo stesso territorio una struttura come un termovalorizzatore quando il terreno non offre garanzie ha due ipotesi collegate: la prima, si fa ugualmente il progetto lì ben sapendo che i costi saranno molto più alti per garantire determinati parametri di sicurezza. Anche perché sostanzialmente il rischio – andando per iperboli -è che frani tutto verso Genova. La seconda, più concreta, è che si punti a un altra zona. 
Il tema è sempre lo stesso: i territori si devono candidare e presentare un interesse concreto. E ora come ora, se Scarpino è vista meno «attrattiva» rispetto a qualche mese fa per i guai di tenuta del terreno, non può che ritornare in primo piano l’ipotesi Val Bormida, nel Savonese. Sono giorni di incontri della politica locale: vertici più o meno top secret e a più voci. L’impianto, costruito con determinate tecniche moderne, controllato nella sua funzione e gestito dal punto di vista di ricaduta ambientale, c’è chi lo considera un’opportunità e non lo nasconde. C’è poi chi non gli dispiacerebbe per avere compensazioni e vantaggi sul territorio in ambito energetico, ma non lo può ancora dire perché rischia un boomerang politico non secondario. Infine la fazione dei contrari soprattutto per le infrastrutture non sufficienti per supportare un’attività come quella dell’incenerimento dei rifiuti indifferenziati. Quello che fa paura, a questa fetta di amministratori, cittadini e comitati ambientali, non sono solo le ripercussioni sull’aria derivata dai fumi della combustione, ma anche i riflessi legati al traffico di mezzi da e per l’impianto. Andrebbero a intasare un traffico già complesso tra la costa e la valle. Ognuno ha ragioni valide , ma una scelta andrà fatta perché la Liguria ha bisogno di questo tipo di impianto. 
Chiaro è che un impianto del genere abbisogna di un lavoro molto ampio dal punto di vista territoriale e di viabilità. Come del resto avvenuto nel 2010 con l’avvio della costruzione dell’inceneritore di Torino. Dopo il suo avvio, nell’ambito dei controlli, era stato attivato il programma SPoTT (Sorveglianza sulla salute della Popolazione nei pressi del Termovalorizzatore di Torino), per creare un sistema di sorveglianza che consentisse di valutare gli effetti avversi sulla salute dell’inquinamento ambientale nelle aree circostanti il termovalorizzatore. Nel monitoraggio di polveri, metalli, aldeidi, sostanze organiche volatili, policlorobifenili (PCB), diossine e degli agenti biologici, le concentrazioni misurate risultano molto basse e notevolmente inferiori ai valori limite di esposizione previsti per gli ambienti di lavoro dalla normativa italiana. Dall’altro lato i comitati ambientali ribattono: «L’inceneritore del Gerbido ha causato nel 2023 l’emissione di oltre 260.000 tonnellate/anno di Co2, il che ne fa la singola fonte di emissione di gas climalteranti più importante della città di Torino». Lo stesso scontro sta per arrivare anche qui.