
La storia industriale della Val Bormida dovrebbe bastare a mettere in guardia chiunque prima di accettare l’idea di un nuovo impianto di combustione dei rifiuti. Montecatini-Edison a Cairo Montenotte, ACNA a Cengio, Cokitalia a Bragno: ogni fase di “sviluppo industriale” è stata pagata con decenni di inquinamento, malattie e una bonifica mai completata. E oggi, dopo tutto questo, qualcuno vorrebbe ripetere lo stesso errore con un termovalorizzatore.
L’esperienza insegna che incenerire non è né ecologicamente né economicamente sostenibile. Il termovalorizzatore del Gerbido di Torino — presentato come un modello — nel solo 2016 ha trattato 440.000 tonnellate di rifiuti, generando oltre 113.000 tonnellate di scorie e ceneri tossiche, pari al 25% del materiale bruciato. Quelle stesse ceneri sono poi finite anche a Cairo Montenotte, abbandonate in un capannone a Bragno, come ha documentato il TG3 Liguria: un caso che dimostra quanto fragile e pericolosa sia la gestione dei rifiuti prodotti dagli inceneritori.
Sul piano ambientale, le emissioni di diossine, metalli pesanti e polveri sottili restano un problema irrisolto. Gli studi e le relazioni tecniche confermano che, anche con i filtri più moderni, una parte delle sostanze tossiche sfugge comunque nell’atmosfera, ricadendo su suoli e colture. Le nanoparticelle, invisibili e non filtrabili, si accumulano nel sangue e negli organi, provocando patologie croniche e tumorali.
📊 Dati chiave sugli inceneritori europei
- Torino (Gerbido): 440.000 t di rifiuti trattati/anno → 113.000 t di ceneri tossiche (25% del totale).
- Consumo annuo di 8 milioni di m³ di metano e oltre 1 miliardo di litri d’acqua per i processi di combustione.
- Produzione di 50 sostanze inquinanti nello scarico idrico e atmosferico.
- Copenaghen (Amager Bakke): 560.000 t di rifiuti/anno, costi miliardari e importazione di rifiuti dal Regno Unito per non fermare l’impianto.
- Responsabile di 1,3 milioni di tonnellate di CO₂ l’anno (4,9% delle emissioni totali danesi).
- Il governo danese ha deciso di ridurre del 30% la capacità di incenerimento entro il 2030.
Fonti: Report PIG Gerbido 2016, Zero Waste Europe, Ministero dell’Ambiente danese.
Dal punto di vista economico, l’incenerimento è un buco nero: costi miliardari di costruzione, manutenzione e gestione, a fronte di rendimenti energetici modesti e di un indebitamento pubblico a lungo termine. È accaduto perfino a Copenaghen, dove l’impianto Amager Bakke — celebrato come esempio di modernità — ha costretto la Danimarca a importare rifiuti dall’estero per non fallire, generando al contempo 1,3 milioni di tonnellate di CO₂ l’anno.
Sostenere oggi un impianto di questo tipo in Liguria significa ignorare la lezione della storia: non si può chiamare “valorizzazione” la distruzione di materia e la produzione di nuovi rifiuti tossici. Le stesse relazioni tecniche sul Gerbido mostrano chiaramente che la combustione dei rifiuti non li elimina, ma li trasforma in inquinanti più pericolosi — una verità tanto semplice quanto scomoda.
In un territorio fragile come la Val Bormida, segnato da una pesante eredità chimica e da un tasso di tumori allo stomaco e ai polmoni fra i più alti della Liguria, parlare di inceneritore è una provocazione. Nessun vantaggio economico o compensazione può bilanciare i danni sanitari, ambientali e di immagine che un simile impianto porterebbe.
Le vere alternative esistono e sono già sperimentate: raccolta differenziata spinta, Centri di Raccolta e Remunerazione Materiali (CRRM), impianti di compostaggio e riciclo locale, filiere corte e trasparenti. Queste soluzioni creano occupazione, riducono la TARI e preservano la salute e il territorio.
Bruciare rifiuti significa bruciare futuro.
La Val Bormida ha già dato troppo: non può e non deve essere di nuovo sacrificata sull’altare di un falso progresso.
Articolo redatto da Infoloreleca.com –
