
Luca de Carolis
Lei, Chiara Appendino, l’ex sindaca di Torino che ogni tanto scuote l’aria dentro il Movimento, l’ha buttata lì nell’assemblea congiunta di martedì sera: “Dobbiamo tutti chiedere scusa per il risultato delle Regionali e rimetterci in discussione, io per prima come vicepresidente del M5S”. Non vere dimissioni, assicurano, ma un segnale politico, questo sì. Acclusa, una riflessione non nuova per Appendino: “Non dobbiamo schiacciarci sul Pd”. Declinata poi in chiave locale: “Io l’alleanza con Giani in Toscana non l’avrei fatta”. Ma lui, Giuseppe Conte, il lider maximo reduce da brutte tornate elettorali, resta di un’altra idea. In assemblea non dice una parola (parlerà martedì, nella seconda puntata dell’assemblea). Ma ieri blinda la linea nel Consiglio nazionale, il politburo dei 5Stelle (di cui Appendino ovviamente fa parte): “Il mandato datoci dagli iscritti nella Costituente è chiaro, dialoghiamo con il centrosinistra sui temi, non si può tornare indietro”. Poi convoca per sabato una nuova riunione del Consiglio per analizzare il voto nelle Regionali. Però ha fretta di rispondere. Così in serata va a un incontro a Roma con i cardinali Pizzaballa e Parolin a Villa Nazareth, il collegio universitario dove ha studiato, e da lì precisa: “Dimissioni di Appendino? Io non ho ricevuto nulla, non ne vedrei il motivo. E poi non avrebbe senso, a breve si rinnova la mia carica di presidente e vanno a scadenza anche i vice”. Come a dire che si parla del nulla. Quindi, lo ripete in chiaro: “Non siamo schiacciati sul Pd, il Movimento è una forza progressista indipendente come deciso dagli iscritti. Ci si allea solo se ci sono programmi chiari, concordati per iscritto e condivisi”.
Respinge le accuse, l’avvocato. Mentre alle porte c’è già la partita in Campania di fine novembre, decisiva. In gioco ci sono il veterano Roberto Fico e un bel pezzo del futuro del campo largo. Così in Consiglio Conte concede la deroga per ricandidarsi a due consiglieri regionali e poi esorta: “Dobbiamo impegnarci tutti al massimo, ne ho parlato anche con i parlamentari campani”. Ma prima vuole discutere dei tonfi nelle Marche, in Calabria e in Toscana, la regione rossa dove almeno il M5S si consolerà con un assessorato. Però quel 4,3 per cento è una ferita. Per questo Appendino ricorda che così non va. “Basta auto-assolverci, abbiamo problemi interni e di consenso, quindi serve una riflessione” dice (in sostanza) in assemblea. Il rapporto con il Pd non è stato il cuore del suo intervento. “Non possiamo normalizzarci, dobbiamo recuperare chi si astiene”, insiste.
Altri interventi, sia in assemblea che nel Consiglio di ieri, pongono problemi pratici: “Non possiamo sempre presentare le liste a ridosso delle votazioni, ci vuole tempo per lavorare sui candidati”. Ma a far discutere sono le parole di Appendino. “Anche in Piemonte abbiamo preso il 6 per cento ed eravamo andati da soli” fanno notare alcuni parlamentari, rievocando il no della sindaca all’alleanza con i dem. Mentre il già capogruppo Francesco Silvestri commenta: “Certe volte il tuo elettorato non capisce certe cose, ma l’asse progressista può essere assolutamente un’alternativa valida al governo Meloni”. Si continua, nel campo largo. E sabato Conte lo ridirà ai suoi.
