Non mi piace rincorrere la notizia del giorno. Preferisco aspettare, osservare, lasciar sedimentare. Solo così, a mente fredda, si capisce davvero.
Ho letto tante analisi sulla sconfitta di Tridico in Calabria. Ma la più lucida, paradossalmente, è arrivata da Antonio Tajani, che di Calabria neppure parlava.

Pochi giorni fa ha detto:

“Il diritto è stato violato, ma il diritto è importante fino a un certo punto.”

Parole che dovrebbero scandalizzare, e invece sono state digerite in fretta. Perché in fondo, dentro quella frase, c’è la radiografia del Paese.
È la filosofia che ci accompagna da sempre: il rispetto delle regole, sì… ma fino a un certo punto.


Il vizio del “fino a un certo punto”

Pagare le tasse? Certo, ma fino a un certo punto.
Rispettare la fila? Sì, ma fino a un certo punto.
Rispettare la legge, la Costituzione, il prossimo? Sempre — ma fino a un certo punto.

È il mantra che ci portiamo dietro da generazioni.
Un modo di vivere che trasforma l’italiano medio nel campione mondiale dell’arrangiarsi, nel maestro dell’eccezione, nel professionista del “tanto sono tutti uguali”.
E da lì discende tutto il resto: se sono tutti uguali, allora non importa chi governa; se tanto rubano tutti, tanto vale votare chi almeno “fa qualcosa”.


Gli amministratori che ci meritiamo

Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Sindaci che rispettano i cittadini… ma fino a un certo punto.
Governatori che parlano di legalità… ma fino a un certo punto.
Amministratori che promettono trasparenza… ma fino a un certo punto.

E il punto è sempre lo stesso: ci governano persone che ci assomigliano.
Perché se pensiamo che la furbizia sia un talento, allora il furbo diventa un modello.
Se consideriamo “ingenui” quelli che rispettano le regole, allora i furbi vinceranno sempre.

Non è vero che abbiamo politici peggiori di noi.
Abbiamo quelli che ci rappresentano perfettamente.
La classe dirigente non è un incidente: è lo specchio del Paese.


Il vero male: l’assoluzione collettiva

Ogni volta che diciamo “tanto sono tutti uguali”, stiamo assolvendo chi sbaglia — e, insieme, assolvendo noi stessi.
Perché così possiamo sentirci innocenti, possiamo continuare a “sistemarci” senza troppi scrupoli, possiamo indignarci a parole e, il giorno dopo, fare esattamente lo stesso.

E allora non stupiamoci se vince chi è indagato, se governa chi trucca le carte, se prospera chi “si aggiusta” tutto.
Sono il prodotto naturale di una società che premia chi si arrangia e punisce chi si comporta correttamente.


La vera rivoluzione

Cambiare i governi serve a poco se non cambiamo noi.
Finché penseremo che la furbizia valga più dell’onestà, finché continueremo a cercare scorciatoie, finché useremo il “fino a un certo punto” come scusa per tutto, avremo sempre gli stessi risultati:
gli amministratori che ci meritiamo.

Non sarà la politica a salvarci, ma la coerenza.
E forse solo il giorno in cui diremo basta a quel vizio tutto italiano del “tanto sono tutti uguali”, potremo finalmente pretendere qualcosa — e qualcuno — di diverso.