
Sarà solo la prima tappa, ma potrebbe già dare il senso a quasi tutta la corsa, quella che si gioca con sei Regioni al voto a un anno e qualcosa dalle Politiche. Molto del futuro prossimo della politica italiana passa dal voto di oggi e domani nelle Marche, la regione a cui non a caso Giorgia Meloni ha promesso una valanga di soldi, l’ormai ex fortino rosso dove lo sfidante dem Matteo Ricci si aggrappa alle bandiere della Palestina proprio per battere su un dossier dolente per lei, la premier. Perché il presidente uscente si chiama Francesco Acquaroli, certo, ma sui manifesti che hanno riempito ogni angolo delle città marchigiane il fedelissimo se ne sta accanto a Giorgia, colei che può farlo vincere, ma anche la leader che una sconfitta dovrebbe caricarsela tutta, per intero.
Ecco perché, con obbligatorio provincialismo italico, le Marche vengono definite l’Ohio italiano, cioè lo stato che in America è barometro infallibile: chi se lo prende, di solito vince l’intera posta delle presidenziali. Nella ben più periferica Italia, rivincere nelle Marche potrebbe consentire a Meloni di confermare uno storico esponente di FdI, e rinfacciare alle sinistre tutte che sarà già almeno pari e patta nelle Regionali: le basterà confidare che il forzista Roberto Occhiuto, più che favorito, si tenga la Calabria nel voto del 5 e 6 ottobre, e aspettare le urne in Veneto di fine novembre, pura formalità per il centrodestra (parlando dell’esito e non del candidato). Dopodiché il centrosinistra potrà anche tenersi come appare probabile Toscana, Puglia e Campania: il suo governo scossoni non ne subirà. Soprattutto dagli alleati, che se buttasse male nelle urne farebbero subito polemiche – e anche qualcosa di più – per la nuova sconfitta di un meloniano nelle Regionali, come accaduto in Sardegna nel marzo di un anno fa.
È questa la partita per Meloni, nelle Marche dove Acquaroli lo ripete da giorni: “Non si vota su Gaza”. Perché la paura che i balbettii e le giravolte delle destre sulla Palestina portino a votare un po’ di potenziali astenuti di sinistra c’è, eccome, nella maggioranza. È per converso la naturale speranza di Elly Schlein, alle prese con mezzo Pd che le fa guerra da mesi senza neanche più dissimularlo, con il primo obiettivo di convincerla che correre per Palazzo Chigi non è affare per lei. Un pallido risultato nelle Regionali favorirebbe questo lavoro ai fianchi, il cui ulteriore, ovvio scopo è anche spingere la segretaria a più miti consigli nella composizione delle liste che verranno. Perché, Ohio o non Ohio, che quello nelle Marche sia un voto con affaccio sulle Politiche è indiscutibile. Come è altrettanto evidente che le Marche saranno un test anche per capire se l’eterno dilemma del campo progressista – che ora sta tornando largo, causa affollamento di centristi – possa trovare una soluzione almeno in apparenza stabile.
Tradotto meglio, nella partita delle prossime ore si gioca non poco anche Giuseppe Conte che, sfidando i vecchi dogmi del Movimento, ha appoggiato Ricci nonostante l’avviso di garanzia piovutogli addosso in piena campagna elettorale. “Non siamo forcaioli, non siamo più quelli di Bibbiano” ha teorizzato l’ex premier con un cambio di paradigma a cui servirebbe come ossigeno una vittoria elettorale.
Preziosa anche per rinsaldare un asse politico tra Conte e Goffredo Bettini, il demiurgo del Pd romano che ha fortemente voluto la candidatura di Ricci. Tra gli ostacoli, anche la diffidenza di un pezzo importante della base del M5S, che non stravede per l’ex sindaco di Pesaro. E infatti nel Pd già in diversi silenziosamente si preparano ad accusare i 5Stelle, in caso di rovescio. Un altro dei tanti motivi per cui l’ex premier si augura la vittoria. Ma non l’ultimo, visto che un successo potrebbe pure dare qualche speranza in più al suo Pasquale Tridico, alla ricerca del miracolo in Calabria: che di certo non è l’Ohio.
