Conte e i suoi 76 sfidanti Ressa di autocandidati per la presidenza M5s

niccolò carratelli
roma
Giuseppe Conte e altri settantasei. C’è la fila per candidarsi a fare il presidente del Movimento 5 stelle. L’ex premier ha terminato formalmente il suo mandato quadriennale lo scorso 6 agosto, da più di un mese è in regime di prorogatio. La sua riconferma non è in discussione, ma la democrazia partecipativa deve fare il suo corso. Così la scorsa settimana si è svolta la fase di presentazione delle autocandidature, aperta a tutti gli iscritti M5s o quasi, i criteri di selezione non sono stringenti. «Può essere eletto presidente ogni iscritto che presenti i requisiti di eleggibilità alla Camera dei deputati – si legge nello Statuto – che non sia stato iscritto ad altri partiti nei dieci anni precedenti l’assunzione della carica, nonché gli ulteriori requisiti fissati dal Comitato di garanzia». Nemmeno i paletti aggiuntivi sono insormontabili: bisogna aver compiuto 18 anni ed essere iscritti al Movimento da almeno sei mesi. Poi le abituali regole del Codice etico, in particolare non si deve avere «alcun procedimento penale a proprio carico, dal quale emergano elementi idonei a far ritenere la condotta lesiva dei valori o dell’immagine del Movimento 5 stelle». In tal senso, ai candidati è stato chiesto di «allegare i certificati del casellario giudiziale e dei carichi pendenti». Poi c’è un passaggio specifico che esclude «chi ricopra il ruolo di Tesoriere, componente del Comitato di garanzia o del Collegio dei probiviri, salvo che si dimetta dall’incarico». Un paletto che taglia fuori, per fare un nome, Danilo Toninelli, tuttora probiviro e tra i più duri oppositori della linea politica di Conte.
Ma tra i settantasei aspiranti presidenti non ci sono “big” o parlamentari. Nessuno di loro vuole mettersi contro Conte, nemmeno per finta. I nomi per ora li sanno solo Vito Crimi e i componenti del Comitato di garanzia (Roberto Fico, Virginia Raggi e Laura Bottici). Tocca a loro verificare l’ammissibilità delle candidature ed eliminare chi non ha i requisiti. Poi l’elenco dei candidati verrà pubblicato e ciascuno di loro dovrà raccogliere almeno 500 sottoscrizioni online da parte degli iscritti per essere in partita. A quel punto, anche se restassero in corsa in dieci o venti, Conte sarà comunque chiamato a confrontarsi con loro, a prescindere dall’esperienza politica e dalle competenze. «Potranno essere promossi dibattiti – recita il regolamento – si dovrà assicurare la possibilità di partecipazione a tutti i candidati e garantire equilibrio e una moderazione imparziale». Siamo di nuovo lì, all’uno vale uno. Così un 34enne «creator digitale» di Villaricca (Napoli) potrebbe trovarsi a dibattere con l’ex presidente del Consiglio. Si chiama Emanuele Amoruso e sui social si definisce un «underdog», come Giorgia Meloni. Già così basterebbe, ma lui spiega: «La mia è una provocazione, voglio aprire uno spazio di confronto. Il Movimento perde voti e, invece di parlare con chi si allontana, si pensa alle coalizioni». Non le manda a dire.
L’epilogo, in ogni caso, è già scritto. Vincerà Conte, ma bisogna vedere come. Perché è vero che il presidente sarà eletto «qualunque sia il numero di partecipanti al voto». Ma è altrettanto evidente che il numero dei votanti non sarà un dettaglio. Quattro anni fa, quando Conte era candidato unico, aveva votato il 58% degli aventi diritto. Lo scorso novembre, all’assemblea costituente “Nova”, sulle modifiche allo Statuto si era espresso il 61%. Ma, in generale, la partecipazione online degli iscritti va maluccio. In giugno, sulla cruciale scelta di cancellare la figura del Garante e di superare il limite dei due mandati, il quorum è stato centrato di un soffio (50,1%), per circa 130 voti. Un campanello d’allarme per il presidente, che non può permettersi una rielezione risicata. —
