
C’erano una volta i V-Day, con le piazze gonfie di entusiasmo e di cartelli scritti a pennarello. Bastava urlare “tutti a casa!” e la folla applaudiva come se fosse già la fine della casta.
Era un’epoca pittoresca: ci si indignava per sport e si credeva che bastasse il fiato caldo della protesta per cambiare decenni di clientele. Si scambiavano gli assegni restituiti come trofei e si diffidava di chiunque conoscesse l’articolo 67 della Costituzione.
Poi, però, la realtà ha bussato alla porta. Il Movimento ha scoperto che i bilanci non si chiudono con i vaffa, che i decreti non si scrivono con gli slogan, e che per difendere i cittadini occorre fare compromessi.
Sotto Conte, il Movimento ha imparato a governare. Ha ottenuto risultati concreti – dal Reddito di cittadinanza alla lotta alla corruzione – e si è assunto responsabilità che un tempo avrebbe rifiutato per partito preso.
E ora? Il terzo mandato. Il presunto scandalo. In un Parlamento dove siedono condannati e voltagabbana professionisti, poter ricandidare persone come Fico o Taverna diventa un delitto di lesa purezza. Come se la coerenza si misurasse in legislature e non nei fatti.
Certo, la nostalgia della piazza è un rifugio comodo. Ma la politica è un mestiere serio: richiede di sporcarsi le mani e di trattare con chi non la pensa come te. Non è tradimento, è crescita.
Il Movimento 5 Stelle di oggi non è una fotocopia dei partiti tradizionali. Non si regge su clientele e correnti. Non ha imbottito le liste di inquisiti. E non ha mai rinunciato a difendere i più deboli.
Chi liquida tutto come “normalizzazione” forse preferisce rimanere alla stagione del megafono. Ma fuori dai palchi, c’è un Paese che aspetta risposte.
E in fondo, se il prezzo da pagare per contare qualcosa è perdere un po’ di folklore, vale la pena pagarlo. Perché la politica vera non è il festival dell’indignazione, è la capacità di cambiare le regole con la testa, non solo con la pancia.
Di infoloreleca.com
