
niccolò carratelli
roma
L’annuncio non è casuale. Nel giorno in cui, dopo settimane di mobilitazione congiunta, il corteo di Roma riapre una piccola crepa tra il Pd e gli alleati del Movimento 5 stelle e di Avs, i leader dei tre partiti fanno sapere di aver depositato in Parlamento una seconda mozione unitaria. Dopo quella per chiedere il cessate il fuoco e gli aiuti umanitari a Gaza, ora l’obiettivo è arrivare a una «revoca del memorandum d’intesa con il governo israeliano nel settore della difesa e la sospensione di qualsiasi forma di cooperazione militare con Israele». Alla base di questa iniziativa, spiegano Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, ci sono «i crimini contro l’umanità in corso a Gaza» e «i piani israeliani di annessione coloniale della Cisgiordania». Il messaggio al governo è ruvido: «Non lasceremo che l’Italia venga macchiata dalla pavidità di Meloni e dei suoi epigoni – attaccano – si sono limitati a parole di circostanza, evitando qualsiasi azione concreta contro Netanyahu».
Una mozione destinata a essere respinta alla Camera, come già avvenuto con la precedente, ma utile a sostenere che «anche sulla politica estera l’alleanza a sinistra sta facendo dei passi avanti», come spiega il deputato dem Arturo Scotto nel corteo contro il riarmo diretto al Colosseo. Lui è uno dei due parlamentari iscritti al Pd presenti alla manifestazione, l’altro è l’eurodeputato Sandro Ruotolo, anche in segreteria al Nazareno, che alla partenza passa da un microfono all’altro per assicurare che «il Pd c’è e questa piazza è anche nostra», nonostante le critiche piovute dall’ala riformista del partito. Poi ci sono tre non iscritti, ma eletti con il Pd a Roma e a Bruxelles: Paolo Ciani, Cecilia Strada (che sfila con Emergency) e Marco Tarquinio. Stop. Questa è la presunta delegazione del Pd, senza bandiere e senza leader, con Schlein in Olanda, lontana più di mille chilometri dal Colosseo. E dopo 500 metri perde anche un pezzo, perché Ruotolo, fin lì riparatosi dal sole sotto l’ombrello arcobaleno di Tarquinio, getta la spugna: «Mi fermo, ho una certa età».
Gli altri proseguono verso la testa del corteo, distanti dagli alleati, che avanzano nelle retrovie, con le loro bandiere ben visibili e i leader a metterci la faccia. Conte sottolinea subito che «questa piazza ha un precedente: il 5 aprile», cioè la sua manifestazione contro il riarmo, e un seguito, cioè l’incontro organizzato dal lui a L’Aia per martedì per «creare una rete europea per contrastare questa folle corsa al riarmo». Il presidente 5 stelle si muove da mattatore, ma deve anche incassare due piccole contestazioni. Una signora che lo invita ad andare «a casa», rinfacciandogli di aver sottoscritto l’aumento delle spese militari quando era al governo. Poi un coro intonato dai comunisti dei Carc mentre gli sfilano accanto: «Di Conte ho ricordi vaghi, facevi schivo col governo Draghi». L’ex premier, intanto, risponde all’inviata della tv russa: «Il diritto internazionale non è à la carte, nessuno può calpestarlo», scandisce. Poi si rivolge compiaciuto ai cronisti: «Penso di essere stato chiaro, visto che c’è ancora chi dice che sono amico di Putin».
Passano a salutarlo Fratoianni e Bonelli, che guidano un gruppo con le bandiere di Avs e si accompagnano alla loro eurodeputata Ilaria Salis. Come Conte, nemmeno loro vogliono soffermarsi sulla plastica assenza del Pd: «Non è che ogni volta dobbiamo discutere su chi c’è e chi non c’è – risponde Fratoianni –. Oggi quello che non stona è una piazza piena di persone, che dicono basta col riarmo, con la guerra e col genocidio». —
