

La giornalista dopo la denuncia sui social per i ritardi nelle cure:
“Continuo a ricevere messaggi, nella mia situazione troppe persone. Ogni cittadino che si arrende è una sconfitta della politica.”
Ho la sclerosi multipla, la mia impegnativa era per una risonanza magnetica e forse ho sbagliato io a fare riferimento al Cup quando avrei dovuto informarmi coi miei medici di riferimento, che ringrazio sempre per la cura e l’abnegazione che mettono nel gestire un numero di malati che fa impallidire. Ma questo è un dettaglio, come illustrano i messaggi che ho ricevuto e continuo a ricevere.
Puoi essere malato di cancro o di una malattia cronica come la mia, puoi essere su carta la legge x o y che dovrebbe tutelare un diritto, il punto è che di fronte a un malfunzionamento, a una disfunzione, alle carenze della Sanità Pubblica siamo portati a pensare: niente di nuovo sotto il sole. È la malasanità di questo Paese.
Questa frase è un sentimento e dunque una condotta. Significa che ci siamo arresi. Significa che ci siamo abituati a pensare che la Sanità pubblica non sia un diritto ma uno spazio inabitabile e, se abitabile, comunque scomodo.
Ci siamo abituati a pensare che essere comuni cittadini alle prese con la Sanità pubblica implichi, naturalmente, fatica, ostacoli e la possibilità di non raggiungere mai il traguardo che ci siamo dati: cioè un appuntamento, una visita medica, in ultima analisi la cura che ci spetta.
Avere a che fare con la Sanità Pubblica è come doversi sempre meritare qualcosa che invece ci spetta di diritto.
Ci siamo abituati a pensare che i servizi che funzionano siano un’eccezione in mezzo alle crepe, e che la mala gestione sia inevitabile.
Paghiamo le tasse anche per questo, perché è così che dovrebbero funzionare le democrazie: luoghi in cui diritti e doveri sono abitati dai cittadini con fiducia, con l’abitudine a dare perché si vuole in cambio la consuetudine del favore.
Invece sembriamo arresi all’ingiustizia, assegnati al malfunzionamento, destinati all’abbandono. E in questo girovagare kafkiano delle richieste e delle attese, per ogni persona che si intestardisce ad avere quello di cui ha diritto, ce ne sono dieci che smettono di curarsi.
Per ogni persona che al terzo giorno di centralini intasati decide di chiamare una clinica privata e pagare cure che dovrebbero essere coperte dallo Stato, ce ne sono sempre di più che quelle cure non possono permettersele e semplicemente smettono di curarsi.
E ogni cittadino che si arrende, allunga la lista dei fallimenti della politica.
cittadino che si arrende, allunga la lista dei fallimenti della politica.”
Nel nostro Paese, il diritto alla salute è sancito dalla Costituzione (articolo 32):
«La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti».
Mancano poche settimane all’ottantesimo anniversario del 25 aprile, il giorno che celebra la Resistenza, l’antifascismo, il giorno che ci ricorda cosa questo Paese abbia subito, ma anche quanto abbia combattuto per tornare libero, grazie a tanti partigiani e partigiane. Come Tina Anselmi.
A 17 anni, nel 1944, Tina Anselmi assistette all’impiccagione di un gruppo di giovani partigiani nella piazza del suo paese, Bassano del Grappa. In quel momento capì che non poteva restare spettatrice della violenza dei nazifascisti. Così si unì alla Resistenza, diventando staffetta partigiana con il nome di battaglia Gabriella. Dopo la guerra, studiò Lettere a Milano, fu militante sindacale e politica, in anni in cui essere donna nel sindacato e in politica prevedeva tenacia, coraggio, ma soprattutto pazienza.
E con quella stessa pazienza, Tina Anselmi – la partigiana Gabriella – divenne la prima donna Ministra della Repubblica (al Lavoro, nel Governo Andreotti III, nel 1976), presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 e poi Ministra della Sanità. I suoi compagni di partito la chiamavano “la Tina”.
• L’infermiera:
“Da anni combatto per i miei assistiti. Lavoro nel pubblico e ci credo. Ma i tagli, gli stipendi bassi, la mancanza di prospettive, stanno distruggendo il sistema. E se si cureranno solo i ricchi?”
• La malata:
“Costretta a pagare per ciò che mi spetta. Ho una recidiva di neurite ottica. Ho bisogno di risonanze urgenti, ma in tutta la Lombardia la prima disponibilità è a settembre 2025.”
• I medici:
“Quanti esami inutili affollano gli ambulatori. È il paradosso del sistema: visite urgenti rinviate di mesi, mentre si accumulano esami difensivi. C’è bisogno di riforme.”
