L’ultimo, benemerito, atto della Procura distrettuale antimafia milanese contro un gigantesco giro di evasione fiscale e di sfruttamento di manodopera al limite del lavoro schiavo, ha portato allo scoperto un altro pezzo di un sistema assai diffuso. Oggetto dell’indagine l’onnipresente Dhl che non è precisamente un bruscolino. 
È un gigante presente in 220 Paesi sparsi in tutto il mondo, con una flotta di 420 aerei e 76 mila autoveicoli, un numero di dipendenti che sfiora le 600 mila unità e un fatturato da 82 miliardi di euro. Il suo ramo italiano, quello direttamente oggetto dell’indagine, fattura quasi un miliardo e mezzo di euro: il sequestro preventivo d’urgenza di 46,8 milioni disposto dalla Procura, circa il 3% dei ricavi di un anno, non gli fa certo male più di tanto. E infatti i “soggetti” di questo tipo in genere non esitano a pagare le sanzioni senza opporsi, pur di evitare scomodi processi che potrebbero rivelare le condizioni disumane in cui lavora una parte consistente della loro manodopera. 
Non siamo di fronte, qui, a residui arcaici di rapporti di lavoro semifeudali, come nel caso del caporalato nelle campagne di Rosarno o di Latina. Siamo di fronte a piattaforme trans-nazionali che hanno la testa nell’ipermodernità dell’Intelligenza artificiale e della connettività totale e, giù giù lungo le filiere della subfornitura, piantano le radici nel pulviscolo delle micro cooperative ombra, dove gli uomini e le donne valgono meno delle bestie. In alto, negli strati rarefatti del marketing e della finanza, codici etici, cultura woke, retorica della sostenibilità e del green. In basso sangue e fango, gente che corre diciotto ore al giorno per quattro euro a rispettare i tempi feroci delle consegne. Il sociologo Aldo Bonomi ha definito queste nuove realtà come «il massimo dell’innovazione e il massimo della mediocrità» (dove il termine mediocrità è un eufemismo per dire barbarie). Esprime la condizione diffusa del lavoro in settori come la security, la grande distribuzione, parte della moda, e soprattutto la logistica, il vero cuore nero del capitalismo italiano (e non solo), il vero sistema circolatorio che alimenta l’organismo trans territoriale della nuova economia. Quello su cui si scarica tutta la pressione di un sistema sociale fondato sull’ipercompetitività la compressione dei costi, l’urgenza di minimizzare i tempi per massimizzare i profitti. 
È in quel vero e proprio Far West delle relazioni di lavoro che si mostra il volto barbaro e violento di un’imprenditorialità che proprio perché operante senza confini non tollera limiti al proprio operato. 
Un primo strappo nel velo di silenzio si era avuto il 18 giugno del 2021 con la morte di Adil Belakhdim davanti ai cancelli dell’area logistica di Biandrate, nel Novarese: un picchetto per difendere i posti di lavoro, un autista (una vittima, anche lui, del medesimo sistema vessatorio) che lancia il proprio autocarro contro gli scioperanti, un corpo steso sotto un telo blu sul piazzale del capannone di una delle tante società che avevano contribuito a esasperare il confronto. Adil aveva 37 anni, due figli, era il coordinatore del sindacato autonomo SiCobas. Qualche giorno dopo, a Tavazzano, vicino a Lodi, l’aggressione a un altro picchetto dei lavoratori da parte di energumeni sul modello tardo ottocentesco dei Pinkerton americani, mazze da baseball, spranghe di ferro, tirapugni, a terra numerosi lavoratori, uno in gravi condizioni. La squadraccia usciva da un magazzino di stoccaggio della FedEx, altro gigante della trasportistica globale – circa 400 mila collaboratori, 160 mila veicoli, 657 aerei, 70 miliardi di dollari di fatturato – che aveva deciso di chiudere il proprio sito piacentino per eccesso di resistenza. 
Su questo mucchio selvaggio ha puntato il proprio sguardo la Procura antimafia di Milano. Ben venga. Ma anche la politica, quella “di governo”, non dovrebbe restare cieca e muta. Per esempio: che si aspetta a stabilire per legge il salario minimo? Non addomesticherebbe gli animal instincts dei grandi predatori, ma indicherebbe almeno un limite alla loro voracità. Il pervicace rifiuto di introdurlo non fa che incentivare queste logiche perverse.