
niccolò carratelli
roma
Elly Schlein non lo dice, ma ci è rimasta male. Sperava che la manifestazione contro il governo lanciata da Giuseppe Conte potesse diventare la protesta unitaria delle opposizioni. «Io avevo dato subito la disponibilità a costruire insieme una piattaforma condivisa – sottolinea parlando con La Stampa – ma mi pare di capire che non sia questa l’intenzione». Ha capito bene. Il presidente del Movimento 5 stelle se la vuole organizzare da solo: ha già deciso la data, il 5 aprile, e sta scegliendo la piazza romana in cui radunare attivisti ed elettori pentastellati. Soprattutto, con parlamentari e collaboratori sta ragionando sui contenuti, con l’idea di sottoporre ai leader degli altri partiti una piattaforma definita.
Forse scriverà loro una lettera di invito, evidenziando obiettivi e priorità della piazza 5 stelle. Alcuni ampiamente condivisi, come i rincari dell’energia e le bollette (oggi è prevista una presentazione congiunta Pd-M5s-Avs di proposte sul tema), i salari, le pensioni, le imprese in crisi. Altri potenzialmente problematici, come l’invio delle armi all’Ucraina e lo scorporo delle spese per la difesa dal patto di stabilità europeo. Questioni su cui dentro al Pd ci sono sensibilità diverse e che, quindi, potrebbero mettere in difficoltà Schlein rispetto a una sua adesione e presenza in piazza. «Noi vogliamo aprire la nostra manifestazione, ma non possiamo scrivere la piattaforma in funzione della partecipazione del Pd – spiega Conte a La Stampa – ci sono questioni per noi ineludibili che verranno inserite». Molto dipende da come le si sviluppa nero su bianco. «È chiaro che cercheremo di non calcare la mano sulle armi, ma la nostra posizione sarà chiara – risponde –. Poi gli altri faranno le loro valutazioni». Insomma, andare incontro a Schlein non è l’opzione preferita.
La segretaria Pd, infatti, mette le mani avanti: «Se da Conte arriverà un invito, leggeremo la piattaforma e decideremo se partecipare». Lei vorrebbe esserci, almeno per un saluto, come già nel giugno 2023 al corteo M5s contro la precarietà. Ma, viste le premesse, non dà nulla per scontato. Anche perché l’atteggiamento del leader 5 stelle le risulta spesso incomprensibile: «La competizione tra noi non paga, i risultati elettorali dell’ultimo anno sono lì a dimostrarlo, ormai dovrebbe essere chiaro a tutti – punge Schlein –. Finora chi è stato più unitario ha guadagnato consensi». Un modo soft per ricordare a Conte che il Pd ha continuato a crescere, mentre il Movimento è sprofondato al suo minimo storico. Ma quella di Schlein non vuole essere una frecciata, perché la tensione unitaria prevale sempre: «Non mi pare che da parte nostra ci sia mai una logica arrogante o una volontà di prevaricare gli alleati – sottolinea – penso che le battaglie identitarie di ciascun partito del campo progressista possano rappresentare un valore aggiunto». E qui ricorda come martedì, in dichiarazione di voto sulla mozione di sfiducia contro la ministra Daniela Santanché, «li ho ringraziati in Aula per averla presentata». Il richiamo della segretaria dem ai 5 stelle è semplice: «Rivendicare le proprie posizioni è legittimo e utile, ma farlo attaccando il Pd si è già dimostrato controproducente». Suona come uno sfogo, di chi ora vorrebbe accelerare nella costruzione dell’alternativa alla destra, ma si ritrova il principale alleato con il freno a mano tirato. Nel timore di venire «fagocitato» o di ridursi a fare il «cespuglio» nel giardino del Nazareno.
Dove, peraltro, non sono pochi quelli che nutrono dubbi sull’opportunità di questa alleanza. È possibile che qualcuno, dall’ala riformista, oggi ne faccia cenno durante il dibattito nella Direzione Pd. Una riunione che affronterà i nodi economici e sociali, ma anche quelli di politica estera, dalla conferma del sostegno all’Ucraina al rifiuto della strategia muscolare e della guerra commerciale inaugurata da Donald Trump. «Non potrà mai essere considerato un nostro alleato», la precisazione di Schlein nei giorni scorsi. Un avvertimento a Conte, che invece aveva elogiato il tycoon per il suo nuovo approccio al conflitto ucraino (anche se ieri lo ha attaccato sui dazi e sul video su Gaza).
Su questo fronte il Pd conserva un equilibrio, mentre qualche attrito oggi potrebbe emergere sul tema dei prossimi referendum, in particolare sul sì annunciato dalla segretaria al quesito della Cgil per l’abolizione del Jobs Act. Quel pezzo di Pd che ha votato la riforma del lavoro ai tempi del governo Renzi non nasconde il disappunto per questa scelta: diversi hanno già chiarito che non parteciperanno alla campagna referendaria. «Schlein può dare la linea prevalente, ma riconoscendo che ci sono altre posizioni», dicono dall’area riformista. La leader dem ha già assicurato che non chiede «abiure» a nessuno, ma non ha intenzione di scendere a compromessi. Anzi, tra i deputati a lei più vicini c’è chi ricorda che tutti i parlamentari Pd sono stati eletti con un programma – nel 2022, segretario Enrico Letta – in cui uno dei punti era proprio il superamento del Jobs Act. —
