Di Natalia ronchetti

Malati cronici, anziani sovente ultraottantenni sdraiati su barelle stipate l’una accanto all’altra per molte ore, spesso giorni, che precipitano in uno stato confusionale, il cosiddetto delirium ospedaliero. Si fa sempre più grave la situazione nelle aree boarding dei Pronto soccorso, vale a dire corridoi e salette dove vengono messi coloro che devono essere ricoverati: luoghi non di cura, dove non è possibile ricevere vera assistenza ospedaliera né riposare (devono essere sempre illuminati) e che, per ogni paziente in attesa, determinano 12 minuti di ritardo in più nell’accesso alle cure da parte di chi deve essere visitato. In Italia nove PS su dieci sono ormai messi così: un disastro. Con drammatiche ripercussioni sul rischio di mortalità.

Già nel 2022 una survey nazionale aveva rilevato che il tasso di decessi in soli dieci anni era aumentato del 200%. Poi è arrivato recentemente uno studio inglese (Office for national Statistic) a confermare ciò che i medici dell’emergenza-urgenza vedono quotidianamente. E cioè che le probabilità di morte schizzano al 4,8% a 30 giorni dall’accesso per chi attende per più dodici ore, contro il 2,1% per chi viene assistito in breve tempo. E mediamente si sta lì, nel boarding, per oltre 30 ore. “Soprattutto nelle grandi città è frequentissimo avere dai 50 ai 70 pazienti in attesa di ricovero, ogni giorno – dice Alessandro Riccardi, presidente di Simeu, società di medicina di emergenza-urgenza, che monitora costantemente i Pronto soccorso –. Tanto che accade che i famigliari decidano di portarli via: una rinuncia alle cure”.

Le aree boarding sono ormai la cartina di tornasole della profonda crisi del servizio sanitario nazionale. La conseguenza di più fattori concomitanti. Da un lato la drastica riduzione dei posti letto ospedalieri. In soli dieci anni, tra il 2010 e il 2020, ne sono stati tagliati quasi 40 mila. Basti dire, tanto per fare un raffronto con altri Paesi europei, che la Germania ne conta 7 ogni mille abitanti, l’Italia ora appena 3,1. Dall’altro lato c’è il flop della riforma della medicina territoriale, basata sull’istituzione delle case di comunità e degli ospedali di comunità, con i finanziamenti del Pnrr. Entro il 2026, le prime dovrebbero essere su tutto il territorio nazionale 1.420 ma ad oggi solo il 19% di queste strutture è realmente operativo: manca il personale, soprattutto mancano all’appello 28 mila infermieri. “Il processo di tagli ai posti letto è stato repentino mentre la riforma sul territorio non c’è ancora e i Pronto soccorso, con le aree boarding che sono la più acuta criticità, sono diventati un cuscinetto: ma il Ps deve essere un luogo dove si erogano solo servizi di emergenza e urgenza”, osserva Riccardi.

Con una aggravante. In quattro anni la popolazione anziana o affetta da patologie croniche che accede ai Ps è cresciuta del 4%. Adesso gli ultraottantenni – quasi sempre destinati al ricovero – costituiscono il 27% del totale degli accessi.