Muore dopo 8 giorni in barella in corsia “Le portavamo noi i farmaci e gli aghi”

riccardo arena 
palermo
«Sua madre deve aspettare il suo turno, non ci sono posti e non abbiamo dove metterla». Romina Gelardi ha 44 anni e la rabbia di chi ha assistito al lento spegnersi della mamma, rimasta otto giorni nel pronto soccorso di un ospedale palermitano, l’Ingrassia, che in questi giorni prefestivi, come tante altre strutture sanitarie siciliane, è preso letteralmente d’assalto ma deve fare i conti con un numero esiguo di medici e infermieri e con strutture insufficienti. Maria Ruggia è stata lasciata su una barella, in un corridoio. Poi in un lettino dell’Astanteria, in mezzo a pazienti di ogni genere. Solo dopo 8 giorni è stata portata in Medicina interna: lì il decesso. «Era immunodepressa, è morta per questa situazione – dice la figlia Romina, con una sorella disabile che abitava con la madre -. Il referto medico parla di arresto cardiocircolatorio da choc settico».
Maria Ruggia aveva 76 anni ed era originaria di Menfi: da anni però abitava a Palermo. Aveva avuto ed era ancora in cura per un carcinoma mammario, era cardiopatica e aveva avuto un’ischemia cardiaca: il suo quadro clinico era cioè fortemente compromesso. «Andata in ospedale perché non mangiava e non beveva – racconta la figlia – me l’hanno lasciata lì, in area d’emergenza, per otto lunghissimi giorni». La denuncia di Romina Gelardi, supportata da un corposo esposto-denuncia scritto dall’avvocato Andrea Dell’Aira, è già sui tavoli della procura di Palermo. La polizia è andata a sequestrare le cartelle cliniche e anche la salma non potrà essere restituita ai familiari per la celebrazione dei funerali: sarà necessaria l’autopsia per accertare le cause dela morte. Anche la direzione dell’Azienda sanitaria provinciale ha avviato un’indagine interna «per verificare eventuali profili di responsabilità sulla gestione dell’assistenza e del ricovero della donna, arrivata in gravi condizioni di salute e con un complesso quadro clinico. Si verificherà anche il rispetto di procedure e protocolli al pronto soccorso dell’Ingrassia, che ha fatto registrare nei giorni scorsi uno straordinario afflusso di pazienti». Mentre viene assicurato il «massimo rigore» da parte dell’Asp, la figlia parla di dieci giorni di inferno, fino alla morte di Maria Ruggia.
«L’hanno lasciata al pronto soccorso dal giorno 10 al pomeriggio del giorno 18, quando è stata trasferita in Medicina. Ho visto mia madre per l’ultima volta giovedì a ora di pranzo ed era strana. Ha voluto che le stringessi la mano, non è riuscita neppure a bere autonomamente un bicchiere d’acqua. Alle 2 di venerdì mi hanno comunicato il decesso. Mamma si muoveva solo in sedia a rotelle, era pure diabetica eppure l’ospedale non aveva posto per lei: è stata tenuta al pronto soccorso senza che le somministrassero un’adeguata terapia antibiotica preventiva, visto che si trattava di una paziente fragile. Io stessa o mia zia, di 78 anni, le portavamo i suoi farmaci per il cuore e anche gli aghi per l’insulina».