Una rivoluzione arriverà comunque, per il M5S “progressista indipendente”, secondo la definizione più votata dalla base, sposata anche dal leader

Luca de Carolis

Un Movimento ormai definitivamente mutato in partito, con tessere, sedi e trafila dal basso – i consigli comunali – verso l’alto (Regioni e Parlamento). E magari una segreteria politica. Fatto di gente che “lavori sui territori, per davvero”. Dove l’impegno venga premiato anche con il terzo mandato, tramite criteri per giustificare le deroghe del capo, Giuseppe Conte. Con un punto interrogativo, il simbolo: che l’avvocato non vorrebbe cambiare, o almeno non ora.
Ma se arrivasse una causa legale di Beppe Grillo, il fondatore per ora detronizzato, i ragionamenti potrebbero cambiare. Il M5S che si risveglia dalla netta vittoria in assemblea dell’ex premier si chiede già cosa sarà domani. Perché la vendetta del Beppe Grillo che chiede di rivotare sulla cancellazione del suo ruolo di garante e sulle altre modifiche statutarie era forse prevedibile. Ma l’abolizione del totem dei due mandati è già effettiva, perché per cambiare il codice etico che racchiude la regola delle regole a 5Stelle non serviva il quorum, e una volta approvata la modifica non c’è possibilità di rivincita. Una rivoluzione arriverà comunque, per il M5S “progressista indipendente”, secondo la definizione più votata dalla base, sposata anche dal leader. Quel Conte che ora deve dare struttura e solidità al Movimento, insomma radicarlo. E l’addio ai due mandati può essere una delle vie per riuscirci, irrobustendo le liste con nomi (più) conosciuti. Il come però va ancora definito, visto che gli iscritti hanno approvato varie proposte di modifica, non tutte compatibili tra loro. “Vi faremo votare su una soluzione presa cum grano salis” ha promesso Conte alla platea del Palazzo dei Congressi. Ma quale? I numeri saranno ovviamente il primo criterio. Ergo, dovrebbe essere recepita la proposta più votata dagli iscritti – con il 79 per cento – che consente di ricandidarsi come sindaci o presidenti di regione. Ma ha riscosso ampi consensi – oltre il 74 per cento – anche la possibilità di deroghe, da sottoporre al voto dell’assemblea. Nel dettaglio, il quesito prevedeva deroghe “proposte dagli organi di vertice o dai gruppi territoriali, motivate in ragione delle attività svolte e dei meriti acquisiti durante il mandato”. Un paio di contiani traducono: “Giuseppe dice da tempo di voler valorizzare chi lavora sui territori, perché a suo dire troppi sono inerti. Questa potrebbe essere l’occasione”.
La ragione per scuotere il corpaccione del M5S, premiando gli eletti che abbiano promosso iniziative e tenuto i fili con le parti sociali, aprendo loro le porte di un nuovo mandato. Magari deciso di concerto con un altro organo di peso come il Consiglio nazionale, anche per non sembrare un leader troppo potente a una base che nel voto ha invocato maggiore collegialità nel M5S. Un partito dove ci si dovrà tesserare, per destinare il ricavato “all’attività territoriale”. A conferma che una delle parole d’ordine sarà il radicamento, più volte promesso da Conte, che però non ha mai iniziato a lavorarci sul serio. “Ma Giuseppe deve fare in fretta” è il mantra tra i suoi. Molti dei quali si aspettano a breve anche una segreteria politica, a cui il leader deleghi veri poteri. “Può essere un’opzione” ha confermato ieri Stefano Patuanelli al Fatto. Però Conte resta scettico (“ci sono già i vicepresidenti e il Consiglio nazionale” ragiona un big). Poi c’è il tema simbolo. La maggior parte dei dirigenti non vorrebbe cambiarlo, perlomeno non a breve. Ma c’è chi invoca una modifica per caratterizzare la nuova fase. Si vedrà, anche sulla base di un’eventuale azione legale di Grillo. Il nemico irriducibile, del nuovo M5S.