L’ospedale vergogna della

Non potrebbe essere più emblematica dello stato agonico della macchina della salute italica (dal livello nazionale a quello regionale), la foto diffusa dall’ospedale di Palmi (Messina) che mostra la gamba di un giovane siciliano col perone rotto, immobilizzata alla meglio con scatole di cartone, di cui si intravvedono le scritte originarie, indicanti l’originaria destinazione d’uso commerciale.
Rendiamoci conto. Dietro quell’immagine non c’è una storia di ordinaria malasanità o di bad practice dovuta a errore medico, a negligenza o errata diagnosi: i due medici di turno, anzi, stando a quanto raccontano le cronache dei quotidiani locali, ce l’hanno messa davvero tutta, anche a detta dei congiunti del paziente per utilizzare a suo vantaggio, come impone il Giuramento di Ippocrate, tutte le risorse della conoscenza.
Ma cosa può fare quella parte dei medici , fedeli allo spirito del Ssn a tener fede alle proprie responsabilità verso i pazienti e la società, quando, in alcuni inespugnabili feudi, gestione sconsiderata, clientelismo, politica impegnata ad amministrare le nomine dei vertici di Aziende ospedaliere e Asl, erogatrici di poltrone più che di cure, producono la terrificante condizione di cui dà conto questa vicenda? Da cui emerge la mancanza di fondamentali elementi come le stecche per stabilizzare gli arti, di cui l’ospedale «Barone a San Piero Patti» sarebbe privo, a quanto pare, da più di un mese. Possibile mai che nessuno dei responsabili della catena di comando, nessuna delle figure ai vertici i vertici dell’azienda sanitaria di Messina, fosse informata dell’inadeguatezza di un servizio come il Pronto Soccorso a cui si rivolgono i cittadini per trovare risposte immediate ai bisogni urgenti di salute e, nei casi di emergenza, per il recupero e la stabilizzazione delle funzioni vitali (come in questo caso in cui , sembrerebbe, era necessario applicare alla gamba un gesso o una stecca per prevenire i movimenti in modo che la frattura possa guarire)? Facendo un salto indietro di un paio di millenni si può dire che era più «guarnita» – si potrebbe dire – la famosa «casa del chirurgo», una delle tante residenze scoperte nell’antica città di Pompei, sepolta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. e costruita fra il IV e il III secolo a.C.. Quel sanitario – oltre che di un dovizioso armamentario chirurgico, in ferro e bronzo, che comprendeva sonde, forcipi ginecologici, cateteri di varia dimensione e maneggevolezza, bisturi, pinze, sonde (per drenaggi), aghi da sutura, disponeva – in un tempo vertiginosamente lontano dal nostro – di quanto occorreva per rispondere alle richieste di cure per traumi di varia natura: una specie di pronto soccorso di duemila anni fa che disponeva di materiale da medicazione costituito da bende di lino, da lana e stoppa, usata per le sue proprietà assorbenti.
Che dire nell’anno del Signore 2024? Dall’avamposto locale della sanità pubblica, pilastro della politica nazionale, ci saremmo aspettati un accorato mea culpa. E non il solito, fastidioso e inutile profluvio di dichiarazioni e solenni promesse di interventi- tampone che lasceranno le cose come stanno. Si scusa il governatore della Sicilia, Renato Schifani, e annuncia provvedimenti esemplari. Promette interventi ispettivi l’assessora regionale alla Sanità che in base agli esiti, ha informato i suoi corregionali, verificherà «le eventuali responsabilità». Si resta senza parole, e si rilegge la frase virgolettata, per verificare che abbia usato l’innocua parola «criticità», a proposito della vicenda di Palmi. Nessun errore. L’ispezione per verificare le responsabilità sarà effettuata a tamburo battente e in base agli esiti saranno adottati «i provvedimenti idonei al superamento delle criticità accertate». —
