Liste d’attesa, ultima battaglia sul decreto Le opposizioni: ” Solo marketing politico”

niccolò carratelli
roma
L’ennesimo scontro in tema di sanità pubblica è in programma questa mattina nell’Aula della Camera. Dove si svolgeranno le dichiarazioni di voto e il voto finale sul decreto “Liste d’attesa”, con le opposizioni che daranno battaglia fino all’ultimo. Per il Pd interverrà la segretaria, Elly Schlein, pronta a rilanciare la sua proposta di legge, affossata dalla maggioranza, per l’incremento graduale dei fondi al Servizio sanitario nazionale fino al 7,5% del Pil. Proposta che era stata inserita dentro a uno dei circa 60 emendamenti depositati dai partiti di centrosinistra e tutti puntualmente respinti. Come sono state bocciate le pregiudiziali di costituzionalità presentate da Pd, M5s e Avs.
I deputati di questi partiti hanno monopolizzato la discussione generale, per mettere agli atti critiche e preoccupazioni. «Riteniamo che questo decreto sia una scatola vuota, senza norme di sostanza e interventi strutturali – attacca Marco Furfaro, responsabile Welfare al Nazareno –.
Un provvedimento mirato a distruggere il Servizio sanitario nazionale e a favorire il sistema privato, che non inciderà per niente sulle lunghissime liste d’attesa». Mentre il vicepresidente 5 stelle, Riccardo Ricciardi, parla di una «schifosissima operazione di marketing politico, in cui si individua nei problemi della sanità un bacino di voti – dice –. Si fa un decreto per prendere dei voti senza però metterci niente, è una becera e gravissima strumentalizzazione». Il Movimento ha presentato un emendamento per potenziare l’assistenza territoriale, con l’assunzione di medici di base e pediatri di libera scelta, che non sono interessati dal tetto di spesa.
«Ma per il governo queste non sono priorità – sottolinea la deputata Gilda Sportiello – sono interessati solo a spot vuoti e giocano con il diritto alla salute». E la capogruppo di Avs, Luana Zanella, mette in guardia dalla prospettiva di vedere aumentare «solo la burocrazia, prevedendo almeno sette decreti attuativi, ma non le risorse e le assunzioni del personale sanitario». Critiche a cui il relatore del provvedimento, Luciano Ciocchetti di Fratelli d’Italia, risponde assicurando che le nuove misure ridurranno «drasticamente i tempi di attesa nelle prestazioni sanitarie», e potranno anche «migliorare la trasparenza e l’efficienza del sistema sanitario nazionale».
In sintesi, il decreto prevede la creazione di una piattaforma nazionale per le liste d’attesa presso l’Agenzia per i servizi sanitari regionali (Agenas) con l’obiettivo di monitorare, in tempo reale e in tutte le Regioni, i tempi di erogazione delle prestazioni. Se non vengono garantite entro i termini prestabiliti dalle classi di priorità, le Asl devono assicurarle o attraverso un centro privato accreditato o in modalità intramoenia, cioè al di fuori del normale orario di lavoro dei medici ospedalieri. Le cui ore di straordinario (come quelle degli infermieri) verranno retribuite con un prelievo fiscale ridotto: una flat tax al 15% rispetto alla trattenuta attuale che supera il 40%. Le prestazioni disponibili nelle strutture pubbliche e private convenzionate saranno raggruppate ovunque in un Cup (centro prenotazioni) unico regionale o intraregionale, con il divieto per gli ospedali di sospendere o chiudere le agende. I direttori generali delle Asl saranno così valutati anche in base alle performance registrate, attraverso il lavoro dei nuovi responsabili unici regionali dell’assistenza sanitaria: dopo le proteste dei presidenti di Regione, infatti, è stata accantonata l’idea di far gestire i controlli direttamente al ministero della Salute. Lo scontro sul decreto, del resto, non si è consumato solo tra maggioranza e opposizione, ma anche dentro la stessa maggioranza, con la Lega che ha sostenuto le critiche dei governatori, spingendo per una revisione del testo, in particolare dell’articolo 2, come poi è avvenuto al Senato. È dovuta intervenire in prima persona la premier Giorgia Meloni per favorire una soluzione di compromesso. Scongiurato il rischio di una spaccatura a Palazzo Madama, il centrodestra ha trovato un accordo sulla versione finale del provvedimento, che oggi verrà approvato senza alcuna modifica a Montecitorio. —
