Il tempo per chi voleva trarre vantaggi per il proprio piccolo cabotaggio, o per chi voleva tirare a campare, è finito. E infatti l’arresto di Giovanni Toti, che ha sconvolto irrimediabilmente ogni equilibrio in Liguria, è mestamente tornato nel suo tormentato alveo locale. La Liguria, però, se vuole tirarsi fuori dal pantano delle sospette mazzette e dal ginepraio degli amici degli amici, ha bisogno di una dimensione nazionale dove sviluppare il suo percorso verso il dopo. Necessita di un’attenzione specifica nel Paese, in senso istituzionale, politico e morale.
Questa responsabilità, rialzare la testa, è completamente in capo alla classe politica.
Il centrodestra, comprensibilmente, travolto da quello che tecnicamente è lo scandalo svelato dalle inchieste e dalle intercettazioni, annaspa: inabile ai processi collettivi, se si vuole anche di autocoscienza, l’ inner circle dei partiti che a Roma sostengono Giorgia Meloni si è arroccato su sé stesso e, mancando di fatto il corpo intermedio, limita la disputa a un verticistico contenzioso teso a individuare il successore di Toti. Annacquando la vicenda giudiziaria e contando di anestetizzare l’opinione pubblica.
La forza del centrodestra è che tra qualche mese, archiviato il totismo, l’elettorato potrebbe tranquillamente tornare a Canossa, riconoscendo in questa parte il lato accettabile della differenza politica e culturale tra i due schieramenti. Paradossalmente, quindi, il centrodestra ligure mostra meno interesse a rendere nazionale la questione del dopo Toti, contando semmai su un intervento decisivo dall’alto soltanto a ridosso della riapertura delle ostilità.
Il centrosinistra ha invece, dovrebbe avere, tutto l’interesse a proiettare questa assolata stagione sul proscenio principale della tenzone italiana. Fino a oggi non l’ha fatto, subendo anzi l’offensiva ipergarantista (per lo più mediatica) di certa destra che presto si è trasformata in uno sgangherato attacco generalizzato alla magistratura. Portare i big dei partiti del centrosinistra in piazza, domani a Genova, può essere un serio tentativo di innescare un’escalation concreta del caso ligure.
Certo, ad alcune condizioni.
Il main goal della manifestazione non dovrà essere la richiesta di dimissioni a causa dell’inchiesta giudiziaria. La giustizia ha il suo corso e un magistrato non può decidere, indagandolo, di abbattere la carriera e la funzione politica di un amministratore o di un parlamentare. Ovviamente, l’evidenza dei comportamenti può in ogni caso indurre lo stesso amministratore o parlamentare a dimettersi, evitando lo scempio pubblico, o portare i partiti di riferimento a chiederne le dimissioni, ma questo è un altro piano di riflessione. E abbiamo detto che, in questo senso, Toti avrebbe già dovuto dare una risposta conseguente ai liguri e per i liguri.
A maggior ragione, la piazza del centrosinistra a Genova dovrà di sicuro saper condannare i comportamenti illuminati dalle inchieste, uno per tutti il mercimonio di spot elettorali finanziati sottobanco da un’impresa. Ma dovrà soprattutto indicare un’alternativa e il motivo per cui questa meriterebbe di essere apprezzata anche da chi non era solito votare e persino da chi votava dall’altra parte.
Qui il centrosinistra può trasformare la questione ligure in un dossier nazionale. Sembra quasi un vaticinio l’appello di Elly Schlein dei giorni scorsi: «Prepariamoci perché parte una nuova estate militante. Restiamo mobilitati per i temi da portare nel Paese. Ci aspetta un grande lavoro di mobilitazione e militanza». Ma deve dimostrare, il Pd, di essere davvero «una forza viva, radicata» e di avere realmente «valori e programmi sulla rotta giusta». Vale doppiamente per la militanza chiamata a Genova: altrimenti, il caso ligure finirebbe definitivamente relegato nell’ambito di una bega territoriale.
La piazza dovrà stare al riparo dei facili slogan populisti e giustizialisti giocati sul presidente agli arresti e dovrà anzi disegnare una divergenza sul piano delle proposte in fatto di diritti, sanità, lavoro, ambiente, formazione, pace e memoria. Qui può attecchire una teoria nazionale che può – questa sì – opporsi alla strategia della comunicazione ossessiva e del meccanismo di potere e propaganda del totismo che il centrosinistra ha individuato dopo la tempesta giudiziaria. Rendere Genova una piazza nazionale significa descrivere quella disfunzione non come il parossismo di un partito personale ma come l’effetto di un sistema. Urlare solo allo scandalo del governatore ai domiciliari non porterebbe a nulla, sarebbe un’occasione malamente persa così come lo è già stata quella della doppia piazza De Ferrari: oggi quella più movimentista, domani pomeriggio quella partitica.
Parallelamente, il centrodestra non corre sul binario giusto se si limita a sbandierare lo stantio refrain delle «toghe rosse»: innanzitutto perché è una bugia. Al contrario, anche i partiti dell’attuale maggioranza avrebbero tutto l’interesse a elevare sul piano nazionale la questione ligure. Perché al riparo delle tensioni localiste possono trovare la forza per gareggiare alla pari con il centrosinistra: una patente che già avrebbero, se si liberassero della tattica e si concedessero al bene comune. Le ultime elezioni europee lo hanno dimostrato: affrontate nel pieno del frastuono investigativo, i due schieramenti sono arrivati alla pari, attorno al 44%. La partita è del tutto giocabile, ma non possono scendere in campo i soli, smarriti, ancora in soggezione, piccoli colonnelli di provincia.
Le differenze tra i due schieramenti esistono, per certi versi sono plateali. Vanno enfatizzate soprattutto con i fatti. Per questo il palcoscenico non può essere che nazionale, pena l’irrilevanza. —