Insieme a manifestare ma divisi sul palco il difficile primo vagito della nuova alleanza Annalisa Cuzzocrea

Chissà se può essere davvero un nuovo inizio per il centrosinistra quel palco messo a metà piazza per paura di non riuscire a riempirla, e invece. Invece sono arrivati in tanti a urlare a Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli, Riccardo Magi, “volemose bene”, “vogliatevi bene”, unitevi. Anche se fin qui – nella campagna elettorale per le Europee – niente di unitario si era visto. Ed erano emersi soprattutto i distinguo, sulla guerra in Ucraina.
I dispetti, sulle vicende giudiziarie che hanno colpito l’amministrazione dem in Puglia. Il tentativo dei 5 stelle di fare una corsa anti-Pd per recuperare più punti possibile, senza peraltro alla fine riuscirci. L’esperimento di Più Europa di correre insieme ad Italia Viva – con cui condivide il gruppo europeo – senza capire che l’alchimia non poteva riuscire, e infatti ha fallito per un soffio e li ha tenuti fuori dal Parlamento di Strasburgo. Il palco era molto avanti perché nessuno era in grado di prevedere che tutta quella gente, in così pochi giorni, avrebbe risposto alla chiamata: contro il premierato, contro l’autonomia differenziata, contro le botte in Parlamento e i saluti fascisti fuori, contro le Decime Mas tatuate sulle braccia e usate in campagna elettorale.
Elly Schlein, la più convinta, ha provato a far aderire tutti. Non è riuscita per ora con Carlo Calenda, che pure è stato tentato di esserci. Ma vede vittoriosa la sua linea unitaria, considerata ormai quasi ineluttabile perfino da chi ha remato fino a questo momento in direzione contraria. Era in piazza il dem più anti-M5s di tutti, Lorenzo Guerini. E Giuseppe Conte ha finalmente parlato di unità, dopo un anno passato a fare il prezioso e a cercare ragioni per tenersi lontano dal Pd: le armi all’Ucraina, il pacifismo integralista, la presunta questione morale sulle vicende pugliesi. Il leader M5S in queste ore ha risposto a Beppe Grillo e alle sue provocazioni ricordandogli – in sintesi – che non è più lui il padrone del Movimento. Ha mandato in avanscoperta il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli, che senza troppi giri di parole dice all’ex sindaca Virginia Raggi e a chi sta dietro di lei: «Chi ancora sostiene che non esistono destra e sinistra, è di destra». E che con la destra un pezzo di 5 stelle non vuole più avere nulla a che fare. Perfino Paola Taverna, che non è più senatrice ma è ancora dirigente M5S, confessa: «Anch’io ho capito che possiamo stare solo a sinistra. Cosa andiamo cercando? Con lo scempio che vogliono fare con queste riforme, dovremmo metterci seduti a guardare? Aspettando tempi migliori? Continuando a parlare di noi e infischiandocene del Paese? ».
E insomma per ora la linea Raggi-Di Battista è respinta al mittente. Quanto a Grillo, chissà cosa pensa davvero. Di certo i parlamentari non hanno gradito la sua battuta contro il leader («Ha preso più voti Berlusconi da morto che Conte da vivo») e non si sentono rappresentati dal fondatore come accadeva un tempo. Chi è in Parlamento oggi lo deve a Conte. Chi vorrebbe tornarci al prossimo giro, è affidato a lui. Gli smottamenti dopo il crollo delle Europee erano ampiamente previsti, ma se c’è un modo per i 5 stelle di risalire, è la battaglia sulle riforme. Sull’autonomia che danneggia quel Sud che li aveva sempre premiati, almeno fino a queste Europee, e che stavolta ha reagito alla delusione non andando a votare. E sul premierato che potrebbe dare al Movimento la stessa spinta de 2016, quando i grillini erano in prima fila contro la Riforma della Costituzione targata Matteo Renzi e Maria Elena Boschi.
«Avete visto come sono andati dritti anche oggi sul premierato? », chiedeva ieri Schlein sottopalco. «Come non si fidano gli uni degli altri e mandano tutto avanti insieme per controllarsi a vicenda? Alla Camera l’Autonomia, al Senato il resto, senza rallentare». Da tempo la segretaria ritiene che quella sulle Riforme sia una battaglia da combattere sul serio, senza i retropensieri di chi dice che tanto l’Autonomia non si potrà mai applicare perché mancano le risorse per garantire a tutti i livelli essenziali di assistenza. E che il premierato in fondo non lo vuole nemmeno Meloni, ma è un modo per distrarre il Paese dai problemi in arrivo su debito, conti, risorse che mancano per ottemperare a promesse e impegni presi.
«E invece vanno avanti e fermarli non sarà semplice», dice la segretaria dem. «Ho visto l’appello dei 180 costituzionalisti, va sostenuto. Serve mantenere viva la mobilitazione». Dario Franceschini, un po’ in disparte, osserva la piazza piena, quei dirigenti di quattro partiti diversi ammucchiati tutti insieme in pochi meri quadri, e la mette così: «Tre anni di opposizione comune non potranno che avvicinarci. E la battaglia per il referendum fatta insieme, che si vinca o che si perda, renderà l’alleanza ineluttabile». Che si vinca o che si perda, non lo dice a caso. «A nostro vantaggio c’è il fatto che il referendum sul premierato dovrebbe arrivare a fine legislatura, contando quindi su un effetto logoramento che oggi non si vede. Ma dalla loro parte, c’è la forza di un messaggio secondo cui “decide il popolo”. Vallo a spiegare che non è proprio così».
Negli anni, il racconto falsato di premier “non eletti dal popolo”, come non fossimo una Repubblica parlamentare, ha lavorato nel profondo e ha fatto breccia in una vasta parte di elettorato, non solo a destra. Chiunque si appresti a voler contrastare questa riforma, non può dare nulla per scontato. Neanche la fiducia dell’elettorato nel presidente della Repubblica, le cui prerogative vengono fortemente intaccate dalla riforma nonostante il governo continui a negarlo. Non è detto che il messaggio passi, però. Non è detto sia sufficiente a contrastare l’idea di un legame talmente diretto tra popolo e premier da essere più efficace, più durevole, in qualche modo più giusto.
«Ci saranno altre piazze ancora più grandi di questa», è stata ieri la promessa di Schlein. Ma com’è stato evidente fin qui, non dipende solo da lei. Serve che ci sia dietro tutto il partito; serve che il lavoro sul programma comune cominci sul serio e non si fermi agli slogan di una manifestazione riuscita; serve che gli altri leader la seguano, che l’Alleanza Verdi Sinistra continui ad agire in modo unitario come ha dimostrato di voler fare. E che il Movimento 5 stelle sciolga una volta per tutte, e senza possibilità di ritorno, il nodo della sua natura, abbandonando impresentabili sirene rossobrune anche in Europa. Servirebbe anche che quel che resta del centro decidesse se davvero vuole essere la stampella di un governo di destra che ha in programma di stravolgere la Costituzione, o se deciderà in qualche modo di essere parte della battaglia che con tutta evidenza è iniziata. Come ha fatto Più Europa. Ieri Calenda, di Azione, si è fatto fermare dalla paura di una piazza con messaggi divisivi. Per una volta però non ce ne sono stati e gli stessi protagonisti sembravano esserne sorpresi.
Non c’è una foto dei leader tutti insieme, quindi, ma per la prima volta, si intravede il tentativo concreto di un’alternativa. Ancora fragile, ancora incerta, eppure ben distante da quel che si è visto durante la campagna elettorale per le Europee. Se è davvero il ritorno del bipolarismo, può dar vita a un sistema più bilanciato in cui l’opposizione non si perde in mille rivoli inefficaci. È presto per dirlo e servirà più ambizione: un palco piantato agli estremi di una piazza grande, con un po’ di fiducia in più nel proprio popolo. E in un progetto ancora tutto da costruire. —
