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Nessuno ha mai usato la parola “dimissioni”. Non Giuseppe Conte, durante le varie riunioni e telefonate, né i vertici del Movimento 5 stelle, dai vicepresidenti ai capigruppo. Se qualcuno ci ha pensato, non ha avuto il coraggio di dichiararlo apertamente. Il leader M5s, dopo la pesante sconfitta alle Europee, si è limitato a dire di non voler fare «finta di niente» e dare l’impressione di essere «attaccato alla poltrona», quindi di essere pronto a tutto per rilanciare l’azione del Movimento. «Se pensate possa servire, potrei anche farmi da parte», il senso del ragionamento. Ma nessuno ha preso in considerazione questa soluzione. È bastata, però, la prima pagina di ieri del Fatto quotidiano, giornale vicino al M5s e di solito tutt’altro che ostile nei confronti dell’ex premier, per provocare un attacco di panico a più di un parlamentare. L’ipotesi di un passo indietro del presidente, messa nero su bianco, ha avuto l’effetto più prevedibile e, forse, sperato: ricompattare il Movimento intorno al suo leader. «Perché, se lui lascia, poi che facciamo? Ora non c’è nessuno in grado di prendere il suo posto», la considerazione più frequente.
Ieri mattina telefonate allarmate di deputati e senatori ai componenti del suo staff per ottenere rassicurazioni, poi una serie di post social e dichiarazioni affidate alle agenzie di stampa. Per dire che «la leadership di Conte è solida e non è in alcun modo in discussione», mette a verbale il vicepresidente Michele Gubitosa. Che il Movimento con lui «è nelle mani migliori e il tempo ci darà ragione», assicura il vicecapogruppo alla Camera Agostino Santillo. O che «Conte rimane saldamente alla guida del M5s, niente drammi», come precisa la collega Vittoria Baldino. Questo non significa che non ci sia «l’obbligo di una profonda riflessione interna», aggiunge, dando il senso dell’assemblea congiunta dei gruppi parlamentari convocata in serata.
Appuntamento abituale del primo martedì del mese, saltato la scorsa settimana per la campagna elettorale e recuperato ieri nel momento di maggior difficoltà del Movimento da quanto Conte è alla guida. L’obiettivo è fare «una sana autocritica» e mettersi in discussione, perché «di fronte a questo risultato dobbiamo farlo tutti, io per primo», spiega lo stesso Conte durante una riunione del direttivo M5s di Camera e Senato. All’arrivo a Montecitorio per l’assemblea si mostra sereno: «Le dimissioni sul piatto? Sì, della cena», scherza con i cronisti. Nel suo intervento di apertura avverte che «una comunità politica matura si assume le responsabilità dei propri errori, analizza le cause, per fare meglio in futuro. Non diremo mai che hanno sbagliato gli elettori». Poi chiarisce: «Il mio ruolo, la mia guida, rimane e rimarrà sempre e solo funzionale agli interessi superiori della nostra comunità». Tradotto: se siete d’accordo, resto al mio posto. Quindi, l’analisi della sconfitta: «So che non abbiamo giocato ad armi pari. Abbiamo pagato molto la debolezza delle liste – ammette Conte –. Non abbiamo fatto casting, ma abbiamo indicato poche figure molto coerenti con il nostro percorso politico». Vuole un confronto franco, vuole mostrarsi aperto ai suggerimenti, anche per rispondere a chi lo accusa di accentrare tutte le scelte. Sopratutto, vuole ascoltare dal vivo le eventuali contestazioni, sentirsi dire in faccia, ad esempio, che chiudersi nei teatri e trascurare le piazze non è stata una buona idea o che bisogna superare il limite dei due mandati, che ha tagliato fuori dalle liste europee alcuni volti noti del Movimento, da Roberto Fico a Paola Taverna, fino a Virginia Raggi. «Possiamo aprire una riflessione su regole ancora più efficienti – concede Conte –. Ma non potremo mai adattarci a essere un partito tradizionale». Conte non sarebbe contrario al superamento della regola totem del Movimento, più volte difesa dal fondatore Beppe Grillo. Ma non ha intenzione di affrontare la questione ora, nel vortice di delusione creatosi dopo il crollo elettorale. Però prepara il terreno: «Io credo che sia venuto il momento di avere una grande assemblea costituente, con la partecipazione di tutti gli iscritti – spiega –. Sarà questa la sede per discutere insieme del miglioramento delle regole». Si occupa subito, invece, di un’altra questione che preoccupa i parlamentari: il rapporto con il Pd, la prospettiva di ritrovarsi a rimorchio dei dem nella coalizione progressista. Conte, a dispetto dei numeri, avvisa Elly Schlein: «Non siamo e non saremo mai junior partner di nessuno – scandisce – Noi siamo e saremo alleati, corretti, trasparenti, leali di chi è disponibile a condividere le nostre battaglie». nic.car.—