LA DONNA, IMMIGRATA DELLO SRI LANKA, DECEDUTA DOPO MESI DI RICOVERO


Tommaso Fregatti
Vindya, immigrata originaria dello Sri Lanka di 38 anni e mamma di un bimbo di 5, è morta dopo un anno di operazioni e ricoveri. Uccisa da una gravissima patologia epatica e da una terribile infezione. Una malattia che, secondo i consulenti del tribunale di Genova, i medici dell’ospedale Galliera dove Vindya è stata a lungo ricoverata non hanno saputo scoprire, interpretare e curare in maniera corretta. Al punto da sbagliare anche la tipologia di intervento da effettuare. Per questo, nei mesi scorsi, la famiglia della donna hanno ottenuto un maxi risarcimento.
Un milione di euro che l’ospedale, con la vigilanza e il supporto del Comitato regionale sinistri, ha versato in due distinti giudizi ai familiari della vittima. In una prima tranche ha pagato quasi 500 mila euro alla figlia piccola della donna e al marito. E in un secondo giudizio – che ha nuovamente confermato le responsabilità dei medici – è scattato un nuovo risarcimento di 465 mila euro questa volta a favore dei genitori e del fratello di Vindya che vivono in Sri Lanka. In entrambi i procedimenti giudiziari i familiari della vittima sono stati seguiti e assistiti dall’avvocato Luca Piovini, che fa parte della Servizi medico legali. In una nota la stessa Cp Servizi, ha voluto evidenziare il «grande senso di responsabilità e di collaborazione» mostrato sia dall’ospedale di Carignano che dal Centro sinistri, una volta che i periti del tribunale civile di Genova hanno riconosciuto la responsabilità dei medici nella morte della cingalese.
La vicenda per cui si è arrivati al risarcimento finale dopo un laborioso iter giudiziario avviene nel 2016. La donna, che lavora come colf, accusa un malore nella sua casa del centro storico di Genova e per questo viene accompagnata con l’ambulanza della Genova Soccorso al pronto soccorso dell’ospedale Galliera. Ricoverata nell’ospedale genovese, le viene diagnosticata una «lesione della via biliare monolaterale». Scrivono i periti, però, come la stessa vittima avesse, alla luce degli esami effettuati proprio in quella circostanza, un’altra patologia ben più grave ed evidente. E cioè «una lesione bilaterale». Che, correttamente diagnosticata avrebbe portato a scoprire la grave e rarissima “sindrome di Caroli”. Quell’errore iniziale risulterà essere determinante nel prosieguo clinico della vicenda. Perché il personale sanitario, convinto che non ci fossero emergenze particolari, tratta la paziente con «sole endoscopie».
Di questo tipo di procedure mediche su Vindya ne verranno effettuate almeno sei. Tutte, però, non in grado di risolvere il problema medico di cui soffre la paziente. Ma non solo. I medici procedono anche con un intervento chirurgico di emi-epatectomia (una resezione di una parte del fegato) che gli stessi periti del tribunale giudicheranno poi in seguito «non indicato». Le condizioni della mamma cingalese non sono non migliorano ma addirittura si aggravano.
Questo a causa di un’infezione che la colpisce. I medici, però, secondo quanto riscontrato non prendono anche in questo caso la decisione corretta. E non praticano un secondo intervento chirurgico come, invece, sarebbe stato prescritto. «All’intervento chirurgico di epatectomia – viene spiegato – data l’evoluzione settica, sarebbe dovuto seguire un’altra operazione di laparotomia urgente per bonificare l’area dalla raccolte biliare infette».
A questa prima infezione, purtroppo, ne sopraggiunge una seconda che risulterà poi essere fatale. E provocata da un «germe nosocomiale» e cioè contratto in ospedale. Vindya muore poche settimane dopo. E la famiglia ottiene quindi il risarcimento dall’ospedale.
Il marito della donna, nella disperazione, grazie a quel denaro è riuscito ad esaudire uno dei desideri della mamma. E cioè che la figlia potesse studiare. La bimba, oggi dodicenne, è iscritta in un college a Manchester in Inghilterra. —