LA FIGLIA DI UN PAZIENTE DI 78 ANNI, MALATO ONCOLOGICO, MORTO DOPO IL RICOVERO PER UN CARCINOMA “HA AFFRONTATO VENTI GIORNI DI AGONIA. IL PRIMARIO CI AVEVA RASSICURATI, POI NON L’ABBIAMO PIÙ VISTO”

paolo festuccia
roma
«Vorrei sapere con certezza chi ha operato mio padre». Marta è un’insegnante per l’infanzia che vive in Umbria. Ha letto La Stampa e ci ha contattato per raccontare la storia di suo padre, 78 anni, operato al Policlinico Gemelli di Roma lo scorso anno. Premette subito, in questo suo racconto, che «mio padre era malato oncologico, e che gli interventi possono andare anche male, e ci sta. Ma nell’incontro al Gemelli con il professor Sergio Alfieri egli stesso ci aveva rassicurato che nostro padre (parla anche per conto di sua sorella, ndr) avrebbe avuto il 98 per cento di possibilità di sopravvivenza».
È andata diversamente. E quel 2 per cento non contabilizzato è stato invece fatale. Anche questo ci sta, si fatica ad accettarlo, ma accade. «E, infatti, l’esito è stato molto diverso, e peggiore, di quello che ci era stato prospettato. Per questa ragione alla luce dei fatti di questi giorni vorrei provare a riavvolgere il nastro di quella vicenda per approfondire di più le fasi di quei giorni e ricostruire cosa è accaduto in quella mattinata di marzo». Anche perché, riprende la donna, «la degenza in quel reparto è stata devastante per mio padre, un’agonia forse peggiore della morte stessa».
Ma andiamo con ordine. «Decidiamo di portare nostro padre al Gemelli di Roma. In quella sede viene fatta una biopsia con diagnosi chiara: carcinoma – racconta -. Proprio in quella sede ci consigliano di affidarci alle mani del professor Alfieri. Io non sapevo nemmeno chi fosse ma ci viene “venduto” come il chirurgo del Papa, e chi allora meglio di lui». E così viene fissato un appuntamento con il professore. Tutto attivato con il servizio sanitario nazionale. «Il chirurgo ci spiega il tipo di patologia, i rischi e ci prospetta la necessità di un intervento». Un intervento che poi si farà due mesi più tardi «con il 98 per cento di possibilità di sopravvivere – sottolinea la figlia del paziente -. Si fa anche un consulto ematologico e si avvia la pre-ospedalizzazione». Tutto questo in ambito pubblico, non a pagamento. Due mesi più tardi, il paziente dopo i controlli pre-operatori finisce nella mani dei camici verdi. Sono le sette e mezzo del mattino quando si aprono le porte della sala bisturi. «Tutto in due mesi, anche se noi da quella visita fatta a inizio anno in poi non abbiamo mai più visto il chirurgo del Gemelli». È un venerdì mattina quando viene operato. Passano alcune ore, ma sapevano che c’era da aspettare, «poi a metà del pomeriggio ci chiama lungo il corridoio il professor Alfieri per raccontarci che l’intervento è andato bene e che nostro padre si stava svegliando per essere da lì a poco ritrasferito nella camera del reparto che lo ospitava».
Passa il tempo, molto tempo da quella comunicazione. «Ma papà continua a non arrivare in reparto». La famiglia a quel punto torna a chiedere: «Veniamo a sapere che non tornerà nel letto, ma è finito in terapia intensiva». Da qui, i dubbi che da quel momento hanno sempre affollato i pensieri della famiglia e che ora, dopo l’apertura dell’inchiesta della procura di Roma, tornano ancora di più nella testa di Marta: «Ma come è possibile che il chirurgo ci dica che l’intervento è andato bene e che a breve salirà in reparto senza dirci o sapere che è in terapia intensiva? Chi lo ha operato davvero, e quanto tempo dopo la fine dell’intervento è stato trasferito lì?». Ma soprattutto cosa è accaduto in quella fase? «È chiaro – riprende la donna – che subito abbiamo provato a chiedere al professor Alfieri, ma non siamo mai più riuscite ad avvicinarlo, né a parlarci, né a vederlo».
Mai più, dopo l’intervento: «Nessuno di noi – scandisce – né altri malati in quel reparto, né i familiari. Nessuno lo ha più visto, nemmeno per le visite di routine. Eppure abbiamo provato per giorni, ma nulla da fare. Le uniche voci arrivavano dalla rianimazione». E non erano rassicuranti. Tant’è che l’uomo, tornato nella sua stanza, poco dopo si spegnerà. Dal giorno dell’intervento non si riprenderà più, morirà tra febbre e dolori dopo «venti giorni di agonia».
Una lenta «ma inesorabile agonia», ricorda Marta «con poca assistenza e con lo stesso camice indossato fin dal primo giorno». La donna, infatti, descrive la situazione «inenarrabile» di quel reparto. «Mio padre chiamava, chiamava per chiedere aiuto ma nessuno arrivava, piangeva al telefono con noi, non voleva restare in quelle condizioni e soprattutto con quei dolori. Nessuno rispondeva al telefono, siamo dovuti passare da quello del centralino per parlare con la caposala. Per quel contesto così degradato abbiamo fatto reclamo a uno sportello del Gemelli, ma ancora attendiamo risposte».
La famiglia ha richiesto le cartelle cliniche, poi si vedrà. «C’è solo una cosa che vorremmo sapere: chi lo ha operato davvero? Perché ci sta – conclude la donna – che ci si ammali e che dopo un intervento si possa morire, anche se i rischi, ci spiegò Alfieri, erano solo del 2 per cento. Ma forse non ci sta, non è tollerabile, che si finisca in quello stato e in quelle condizioni». —