niccolÒ carratelli
roma
«Non nel nostro nome». I leader delle opposizioni intervengono uno dopo l’altro, con un crescendo studiato, per annunciare il ritiro della propria firma dalla legge che fu sul salario minimo. La maggioranza, nell’Aula della Camera, ha appena bocciato l’emendamento unitario di Pd, M5s, Sinistra-Verdi, Azione e +Europa: l’estremo tentativo di ripristinare la proposta originaria, con la soglia di retribuzione dei nove euro lordi all’ora. «Avete gettato la maschera e votate no al salario minimo, dovete vergognarvi – attacca Giuseppe Conte –. Con la stessa arroganza con cui fermate i treni, oggi fermate la speranza di quasi quattro milioni di lavoratori». E allora quello che resta, la delega al governo per avviare entro sei mesi un meccanismo che garantisca retribuzioni eque, è solo «carta straccia», dice il presidente 5 stelle, strappando platealmente i fogli con sopra il testo dell’emendamento di Fratelli d’Italia che ha snaturato la proposta.
Dai banchi della maggioranza si sente un «nooo» ironico, mentre tutt’intorno a Conte ci sono applausi convinti. Perché la stessa mossa, subito dopo, la fa Elly Schlein, che ha rischiato di perdersi la votazione dell’emendamento unitario (era uscita dall’Aula un attimo prima ed è tornata di corsa all’ultimo secondo utile): «Pugnalate alle spalle i lavoratori poveri, senza nemmeno guardarli negli occhi, e umiliate le prerogative parlamentari delle opposizioni, ma non nel nostro nome – si infervora la segretaria Pd –. Avete scelto da che parte stare, da quella degli sfruttatori». Anche la firma della leader dem, che denuncia un «abuso di potere» da parte della maggioranza, viene cancellata dalla legge in discussione. Così come quella di Nicola Fratoianni, che si spinge a parlare di «atto di pirateria parlamentare e istituzionale», di fronte a una legge delle opposizioni trasformata in delega al governo. Un’accusa che scatena una battaglia di richiami al regolamento e puntualizzazioni sulla corretta dialettica parlamentare con deputati di lungo corso come Maurizio Lupi di Noi Moderati e il capogruppo FdI Tommaso Foti.
Tra i banchi del governo siede solo il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon, impegnato per buona parte del tempo a digitare sul suo smartphone. Poche ore prima, del resto, aveva già ribadito che «la strada maestra non è il salario minimo, ma potenziare la contrattazione collettiva». Discorso simile a quello ripetuto in mattinata dalla ministra Marina Elvira Calderone: «Il governo non boccia la proposta delle opposizioni, ma individua un percorso diverso – ha assicurato –. Per noi è una questione di salario dignitoso che non sia solo rappresentato dalla definizione di un numero, ma che guardi alla dignità della contrattazione collettiva». Inoltre, la direttiva europea sul salario minimo «non impone un sistema rispetto a un altro, l’obiettivo è avere un salario dignitoso», ha confermato il commissario europeo per il Lavoro, Nicolas Schmit, ieri in audizione alle commissioni Lavoro e Ue della Camera.
Sono concetti che Durigon forse prova a riproporre a Conte, mentre camminano affiancati in Transatlantico, quando la seduta viene sospesa per consentire ai deputati di partecipare alla manifestazione contro l’antisemitismo a piazza del Popolo. L’ex premier ascolta il leghista, che ricopriva lo stesso ruolo anche nel suo governo gialloverde, ma che evidentemente non riesce a convincerlo, visto che il leader 5 stelle scuote un paio di volte la testa con una smorfia. Molto più a lungo Conte si ferma a chiacchierare con Schlein: i due escono insieme dall’Aula e parlano fitto per almeno 10 minuti, in corridoio. «Siamo d’accordo che la battaglia sul salario minimo non finisce qui, l’hanno rallentata ma la vinceremo nel Paese – spiega poco dopo il presidente M5s a La Stampa – ci faremo tutta la campagna elettorale per le Europee». Avviandosi all’uscita incontra il dem Arturo Scotto, si danno il “cinque”: «Venceremos», gli grida sorridendo. Intanto, però, a livello parlamentare la partita è segnata. In serata anche gli altri emendamenti presentati dalle opposizioni vengono bocciati, la delega al governo resta invariata (e rischia di andare ben oltre i sei mesi), il concetto di salario minimo legale scompare dal testo, che questa mattina incasserà il voto finale dell’Aula di Montecitorio. L’ultimo atto simbolico, su cui ragionavano ieri sera gli staff di Conte e Schlein, in contatto con gli altri partiti di minoranza, dovrebbe consistere in alcuni cartelli con la scritta «vergogna» da sollevare insieme dopo il voto, mostrandoli ai colleghi seduti dall’altra parte dell’emiciclo. —

