NEO VICECAPOGRUPPO DEM PAOLO CIANI: “STOP ALL’INVIO ALL’UCRAINA”. È SCONTRO SULLA NOMINA. BONACCINI: “ADESSO EVITIAMO DERIVE MINORITARIE”
Carlo Bertini
Roma
All’indomani del caso De Luca, nel Pd scoppia il “caso Ciani”, dal nome di uno dei quattro nuovi vicecapogruppo: il quale, rivendicando di esser «contrario alle armi all’Ucraina», innesca un moto di sdegno di big e deputati e la sollevazione dei filo-atlantisti. Costringendo Elly Schlein a chiarire che «la linea del Pd sull’Ucraina è ben chiara, Ciani ha parlato a nome di Demos, il suo partito, che non è il Pd». Senza chiarire però «perché uno che parla a titolo personale è stato nominato in quel ruolo», fa notare un dirigente di lungo corso.
Ma tant’è. Ormai tra i riformisti del Pd si è aperto un caso ben più grave di quelli di Ciani e De Luca: la preoccupazione per il momento di difficoltà del partito, affrontata in un summit al Senato di deputati e senatori con il governatore emiliano.
Del resto, all’indomani della sconfitta alle comunali, per Schlein si è aperta una grana dietro l’altra, anche se la segretaria pare abbia accolto senza scomporsi le affermazioni di Paolo Ciani, di Demos, area Sant’Egidio, lista collegata al Pd. Ritenendole in linea con la sensibilità di una parte dei suoi parlamentari che non escono allo scoperto.
In un’intervista al sito di Repubblica, Ciani ribadisce «non mi iscrivo al Pd» e ricorda la sua linea sull’Ucraina: una posizione netta, che lo ha portato a essere l’unico del gruppo ad aver votato contro l’invio di armi. «Nel nostro popolo questa discussione c’è, è un fronte molto più ampio di come è rappresentato in Parlamento, nei numeri del gruppo e ora dopo un anno e mezzo di guerra il partito può evolvere in nuove posizioni. Si può anche cambiare parere».
Scoppia subito un’altra bufera, che si chiude dopo un’ora con una precisazione, chiesta dalla capogruppo Chiara Braga, in cui Ciani chiarisce di parlare «da indipendente: le mie scelte non impegnano il gruppo o il partito». Nel frattempo però le sue parole hanno dato fuoco alle polveri. L’ex ministro della Difesa e presidente del Copasir, Lorenzo Guerini, è lapidario: «La nostra linea sull’Ucraina è chiara e non è minimamente in discussione». La vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, non è da meno: «Ciani dichiara di non volersi iscrivere al nostro partito, diventa vicecapogruppo e vuole cambiare la linea sull’Ucraina. Ma il sostegno del Pd alla resistenza Ucraina non cambia». Per finire con Dario Parrini, che nota come «il disarmo unilaterale di un Paese invaso significherebbe favorire l’invasore».
In serata, i riformisti si sfogano con Bonaccini, che difende Schlein («bisogna darle tempo»), chiarendo che va però evitata «una deriva minoritaria». Enzo Amendola, Piero Fassino, Debora Serracchiani mettono le carte in tavola. «Non dobbiamo dare l’impressione all’esterno di qualcuno che vuole escludere qualcun altro, siamo una comunità», ricorda la ex capogruppo a proposito del caso De Luca. Comunque, tutti concordano sul finale: «Dobbiamo aiutare Elly, se fallisce muore il Pd». —

