Niccolò Carratelli
inviato a Rimini
Una marcatura stretta, di quelle che si riservano agli avversari più temibili. Giuseppe Conte è arrivato al congresso della Cgil di Rimini con la chiara intenzione di non concedere un metro a Elly Schlein. Di segnare il territorio, rispetto al legame creato nell’ultimo anno con Maurizio Landini e il suo sindacato, partecipando a iniziative con i lavoratori e alle manifestazioni pacifiste, rubando via via scena e consensi al Pd di Enrico Letta. Ora, però, la segretaria è Elly, accolta con calore dalla platea Cgil, e, come dieci giorni fa al corteo antifascista di Firenze, gli contende applausi e selfie. Ufficialmente sono qui, insieme a Carlo Calenda e Nicola Fratoianni – tutti con la fascia bianca lanciata da Elena Stancanelli su La stampa come segno di lutto per la tragedia di Cutro – per rispondere alla domanda che il leader della Cgil pone in apertura del dibattito: «Come la volete fare questa opposizione?». Pretendere una risposta univoca sarebbe troppo. Anche perché la tentazione di rimarcare le differenze, come fa Calenda accennando alla scelta di inviare armi all’Ucraina e alla costruzione di termovalorizzatori, è forte.
Ma i possibili punti di contatto ci sono, a cominciare dal salario minimo, su cui Schlein si dice «pronta a cambiare la proposta del Pd, pur di trovare una direzione unitaria». E così strappa una smorfia compiaciuta a Conte, che poi, lasciando il Palacongressi, darà la sua lettura: «È un fatto positivo che il Pd abbia superato le titubanze rispetto alla nostra storica proposta già calendarizzata alla Camera». Dal palco, invece, ricorda come mercoledì sera, guarda caso alla vigilia dell’incontro di Rimini, abbia depositato alla Camera una proposta di legge per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, in linea con quanto sostenuto da Landini nella sua relazione introduttiva del congresso. Incassa gli applausi dei delegati Cgil, ma anche un cenno di assenso da Schlein su questo tema («sono d’accordo con Giuseppe»). Poi documenta con foto e post social il colloquio con la vicepremier e ministra del Lavoro spagnola Yolanda Diaz, ospite d’onore della giornata, lodando il modello spagnolo di lotta al lavoro precario. Come fa anche Schlein, presentandosi con lei davanti alle telecamere. E Conte, quando scopre che la leader Pd si fermerà ad ascoltare l’intervento di Diaz dal palco, rimanda la partenza per sedersi anche lui in prima fila vicino a Landini. Subito dietro ci sono pure l’ex ministro del Lavoro, Andrea Orlando, e il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, venuti ad assistere al tentativo di avviare un dialogo tra le forze di opposizione. «Incontriamoci da soli, senza telecamere, chiudiamoci in una stanza a discutere del merito delle questioni, finché non ci mettiamo d’accordo», dice a un certo punto Schlein, cercando di dare una svolta operativa alla discussione. La segretaria Pd è attenta a glissare sull’evidente competizione già scattata a sinistra, nega di puntare alla leadership dell’area progressista, ma di «dare solo un contributo alla costruzione di un’alternativa al governo della destra». E tenta di convincere gli altri che «non siamo qui a fregarci voti fra noi, ma a provare a recuperare i nostri elettori che si sono allontanati». Quindi, elenca alcuni punti su cui convergere: oltre al salario minimo, tutela della sanità pubblica, difesa della scuola, lotta alle diseguaglianze, transizione ecologica, battaglia sulla delega fiscale del governo, che tutti definiscono «sbagliata e iniqua».
Una piattaforma sostanzialmente condivisa da Conte, il quale, però, conversando con La Stampa, non manca di sottolineare la diversità di posizioni sulla guerra in Ucraina, che «si vedrà già la prossima settimana in Parlamento» (la premier Meloni terrà le sue comunicazioni in vista del Consiglio europeo). Poi riconosce che «con il Pd una competizione c’è stata e ci sarà, la cosa non mi spaventa». Non proprio una mano tesa. Del resto, a fare il guastatore ci aveva pensato già Calenda: «Tutti insieme non possiamo governare, ci sono varie cose che ci dividono – l’analisi del leader del Terzo polo – ma pensiamo a cosa ci unisce, come una mobilitazione per la sanità pubblica, a cui servono più risorse». Poi si agita quando Fratoianni rilancia l’idea di una patrimoniale per recuperare soldi: «In Francia non ha funzionato, informatevi prima di applaudire», bacchetta i delegati sindacali, che rispondono con fischi e «buu». Lui non si scompone («Aho, io ve la dico chiara»), poi ingaggia un corpo a corpo con Conte sul Jobs act renziano, che per il presidente M5s «è stato un completo fallimento» (applauso di Schlein), mentre per il leader di Azione ha creato più di un milione di posti di lavoro. Il problema, semmai, è il Superbonus, perché «a fare la lista della spesa con i soldi pubblici sono buoni tutti», attacca. Difficile immaginarli seduti intorno allo stesso tavolo, ci si accontenta di vederli tutti abbracciati nella foto di gruppo finale. «Non è la foto di Vasto», precisa Calenda, richiamando alla memoria lo scatto di Bersani con Vendola e Di Pietro nel 2011. Nessuno lo aveva pensato. —

