L’alloggio a Campobello. Scoperto con le immagini del supermarket di cui Messina Denaro conservava le ricevute

Marco Lillo

L’operazione “Tramonto” parte qui in questa strada stretta di Campobello di Mazara, paesone di 11 mila abitanti a pochi chilometri da dove il boss è nato. Via San Vito e dintorni all’improvviso si è riempita di telecamere e giornalisti. Tutti guardano verso le telecamere e il dispositivo di sicurezza dell’Arma. Dentro c’è il Ris, a caccia di tracce genetiche da mettere da parte per quando si vorrà accertare se un sospetto, un uomo o una donna, è passato di lì. Qui c’era il covo o meglio la casa dove Matteo Messina Denaro aveva deciso di passare l’ultima parte della sua latitanza. Ed è qui che il dispositivo telematico di pedinamento dei Carabinieri lo ha agganciato.
A Campobello di Mazara in via San Vito, poco dopo le sei di mattina del 16 gennaio, un telefonino ingaggia la cella che insiste su quella zona. Perché quel telefonino era importante? Perché era il numero lasciato alla clinica La Maddalena due giorni prima. Da settimane la Procura di Palermo sapeva che il malato di tumore sospetto numero uno si chiamava Andrea Bonafede ed era nato a Campobello di Mazara nel 1963. Perché era sospetto? Perché aveva le stesse patologie (tumore al colon e problemi agli occhi) del boss, aveva la sua età (un anno in più per l’esattezza) ed era originario della stessa zona. Non basta: aveva il cognome e il sangue di un fedelissimo di Matteo Messina Denaro. Lo zio di Andrea, Leonardo Bonafede, morto qualche anno fa e arrestato negli anni 90, era il boss del paese. A un certo punto gli investigatori hanno capito che il cellulare che aveva chiamato per prenotare il controllo per Andrea Bonafede due giorni prima poteva essere in mano al boss. Così i carabinieri del Ros, coordinati dal procuratore aggiunto di Palermo Paolo Guido, dalle 6 e 20 di mattina hanno sul loro schermo un puntino che poi si sposta sull’autostrada Mazara-Palermo e corrisponde all’auto con a bordo il latitante. Nella zona di viale Strasburgo a Palermo però il furbo latitante stacca il cellulare. Non sa che il Ros e la Procura hanno pensato bene di monitorare da remoto il computer della clinica La Maddalena. Appena il nome di Andrea Bonafede comparirà sullo schermo dell’operatore della clinica con su scritto accepted, lampeggiando, anche il pc del Ros lampeggerà. In quel momento vuol dire che il latitante, se è lui, sta davanti al desk dell’accettazione. Quel giorno però Messina Denaro, alias Bonafede, si registra in un secondo desk che sta fuori dalla clinica e che gli investigatori non sapevano non fosse stato smontato dopo l’emergenza Covid. Quindi ecco il falso allarme che poteva favorirlo: i carabinieri e i pm lo pensano dentro e invece lui sta fuori. Quando parte il finimondo, lui capisce la mala parata e facendo il vago si allontana, separandosi dal suo fido accompagnatore Giovanni Luppino, incensurato commerciante di olive che va verso l’auto.
Pensa forse di averla fatta franca. Non sa che i magistrati hanno predisposto due cinture esterne oltre il primo nucleo che sta andando su per i piani della clinica in assetto di guerra. Così Messina Denaro si imbatte nella seconda cintura (e ce n’era una terza) e viene fermato da un ufficiale del Ros che lo riconosce, e chiama i rinforzi. A quel punto si va alla macchina, una Fiat Bravo bianca intestata a Luppino, e lì si scopre un borsello e un telefonino, probabilmente quello spento in zona viale Strasburgo. Nel borsello spunta una chiave di un’automobile Alfa Romeo 164: attraverso il numero impresso sopra si ricostruisce quale era l’autovettura usata da Messina Denaro e parte la caccia alle immagini delle telecamere che hanno registrato il passaggio della macchina. Nel borsello però c’è anche uno scontrino di un supermercato di Campobello di Mazara. Gli investigatori vanno a vedere le telecamere e scoprono che il giorno prima era stato lì. L’ultima immagine che resterà del superlatitante in libertà sarà quindi con le buste della spesa in mano. Gli investigatori arrivano al covo quando scoprono che l’alias del boss, Andrea Bonafede, aveva comprato una casa da 115 mq proprio in via San Vito, nel giugno 2022. Nell’atto stipulato davanti al notaio Giovanni Cancemi di Castelvetrano si legge: “Il prezzo è stato convenuto tra le parti ed a me notaio dichiarato in complessivi 15.000 euro.(…) L’intero prezzo, come sopra convenuto, viene pagato con vaglia postale, non trasferibile, n. 0370977676-04, emesso, in data 14 giugno 2022, da Poste italiane, ufficio di Campobello di Mazara”. Il prezzo dell’acquisto è basto visto che per le imposte di registro il valore è 40.300 euro. Ovviamente dal notaio sarà andato l’alias, non il boss. Quando sono arrivati ieri nel covo gli investigatori hanno trovato sneakers costose, profumi di lusso e occhiali Ray Ban e profilattici. Il vero Andrea Bonafede, indagato, è stato sentito ieri dai pm: “Conosco Messina Denaro fin da quando eravamo ragazzini. – ha detto – La casa in cui viveva l’ho comprata io con i suoi soldi”. Anche il medico di famiglia dell’alias, Alfonso Tumbarello, è indagato. Dovrà spiegare come faceva a prescrivere farmaci e visite per un soggetto con un volto diverso dal suo paziente.