INTERCETTATO – L’imprenditore Busca nel 2017, la donazione poi saltò

DI MARCO GRASSO

23 Settembre 2022

“La Lega è d’accordo e la Regione è d’accordo. Se tutta l’operazione viene chiusa, alla Fondazione Toti, tutto regolare, viene dato un contributo da 500mila euro”. È il 7 settembre del 2017. A parlare è Claudio Busca, imprenditore dei rifiuti ed ex vicepresidente degli industriali savonesi, che a Ferrania, frazione di Cairo Montenotte in provincia di Savona, gestisce un biodigestore. Vorrebbe raddoppiarne la capienza, ma l’autorizzazione della Regione Liguria appare problematica per via del pesante inquinamento ambientale provocato dall’impianto. Un anno più tardi, nonostante emissioni di sostanze tossiche e potenzialmente cancerogene dieci volte oltre la soglia consentita, nel maggio del 2018 l’autorizzazione viene concessa. L’ombra di un patto legato a finanziamenti elettorali emerge per la prima volta dalle intercettazioni della Guardia di Finanza, che sta indagando proprio sulle presunte violazioni ambientali. La donazione alla Fondazione Toti, in ogni caso, non avviene. Meno di due mesi più tardi Busca cade in disgrazia e perde la gestione del biodigestore: viene arrestato per evasione fiscale e fatture false. Le sue aziende sono in crisi di liquidità, il suo nome non è più spendibile. E l’impianto, puntualmente raddoppiato, verrà affidato nel 2019 a Iren e inaugurato come un successo nel 2021.

Questa storia inizia nel 2017 in Valbormida, territorio martoriato da servitù industriali. Gli abitanti denunciano da tempo un odore insopportabile di uovo marcio a chilometri di distanza dal biodigestore e folate di vento che fanno bruciare gli occhi: “Le cose non vanno bene, la puzza si sente fino a Carcare”, dice una delle funzionarie indagate. Analisi di laboratorio appurano in effetti che l’impianto produce emissioni dieci volte superiori ai limiti consentiti di idrogeno solforato, gas tossico che in alte concentrazioni l’Oms collega all’aumento di carcinomi polmonari, patologie neurologiche, aborti spontanei e patologie neurologiche infantili. A provocare l’inquinamento è un misto di malfunzionamento degli impianti, dei biofiltri e della scarsa qualità della raccolta differenziata dei comuni liguri. Cose di cui gli indagati mostrano piena consapevolezza: “Ci inculano!”, dice preoccupato Busca, messo a parte dei risultati di laboratorio. “C’è una quantità di emissioni che è spaventosa”, dice un altro degli indagati. A Cairo Montenotte è un po’ il segreto di Pulcinella. Al sindaco Fulvio Briano, che chiede come sia la situazione, Busca risponde così: “Quell’impianto non ha mai funzionato per più di tre giorni”.
Ma l’aria non è l’unico problema. Busca, titolare delle Fg riciclaggi e Ferrania Ecologia, mette in commercio compost che, per la Guardia di Finanza, viene mischiato illegalmente a inerti e rifiuti comuni. Lo scoprono a loro spese i baby calciatori che al vicino campo di Millesimo, ripasciuto con il materiale della Ferrania, si feriscono con cocci di vetro e plastica. O altri clienti che comprano il compost e lo usano come terriccio: tra loro il proprietario di un’azienda agricola che trova il cane in fin di vita perché ha messo il naso in quel materiale.
A lungo le segnalazioni dei cittadini finiscono in un cestino. Anche perché il capo degli ispettori dell’agenzia regionale Arpal, Pietro Zaottini, invece di approfondire le denunce le spiffera a Busca. Il quale corre ai ripari: per non mettere a norma l’impianto fa spruzzare spray deodorante nell’aria. Perché Zaottini tiene al corrente Busca degli esposti sul biodigestore e lo informa persino dell’apertura di un’inchiesta penale (in cui Arpal, in pieno conflitto di interessi, inizialmente è anche polizia giudiziaria)? Nelle telefonate Busca invita l’amico ispettore a passare a prendere “casse di acciughe” e “sacchi di compost”. La Guardia di Finanza indaga Zaottini per corruzione, accusa che alla fine non trova sufficienti prove, e si trasforma in rivelazione di segreto d’ufficio.

Il quadro insomma è fosco per il biodigestore di Ferrania. Eppure, nonostante tutto questo, nell’autunno del 2017 Busca ostenta sicurezza: tutto si risolverà, dice alla figlia Claudia, amministratrice di una delle ditte, grazie a una cospicua donazione a Toti: “Se avessi avuto l’ingegneria che funziona e avessi potuto fare quello che volevo, l’ampliamento ce l’avevo già”. “Che schifo”, commenta lapidaria la donna. “Ma no, perché? – controbatte il padre – se c’è sempre stato un impegno…”. Il via libera all’ampliamento arriva il 2 maggio del 2018, senza che, per gli inquirenti, siano stati risolti i problemi ambientali. Busca aveva già preso parte a cene elettorali di sostegno a Toti, al golf club di Albisola, incontri con quote di partecipazione comprese tra i 500 e i 1.500 euro. A giugno del 2018 viene arrestato. E la maxi-donazione non si farà. Dallo staff di Toti, mai sfiorato dall’indagine, dicono di non averne mai saputo nulla e bollano le parole di Busca alla stregua di millanterie.