LA SPACCATURA

DIVISI – Respinto con 23 voti a 22 l’emendamento soppressivo del Carroccio. Il centrodestra compatto contro l’esecutivo. Il premier: “Battaglia di coerenza” DI LUCA DE CAROLIS  4 MARZO 2022

Inutile un rosario di tavoli e incontri, vano aver rincorso al telefono Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Così Mario Draghi insiste e va alla conta sulla sua riforma del catasto, con i piedi sul ciglio del burrone. E per un pelo non finisce di sotto, perché solo un voto di differenza in Commissione Finanze – quello di Noi con l’Italia, il partito di Maurizio Lupi – salva il governo e permette al premier di ottenere ciò che voleva, a qualunque rischio: il primo sì della Camera alla riforma, che prevede la mappatura di tutti gli immobili e la revisione degli estimi catastali entro il 2026. Ce l’ha fatta, il Migliore, con un faticosissimo 23 a 22. “Era una battaglia di coerenza” fa sapere. Ma la sua maggioranza ne esce a pezzi, anzi forse non c’è già più. Perché ieri hanno provato a sgambettarlo anche due partiti di governo, Forza Italia e Lega, compatti nel votare l’emendamento del Carroccio che voleva cancellare l’articolo 6 della legge delega sul Fisco, che ha in pancia le norme sul catasto. E lo hanno fatto assieme a Fratelli d’Italia, perché il centrodestra per un pomeriggio è tornato coalizione: contro Draghi.

Anche se in serata il leghista Federico Freni, sottosegretario all’Economia, assicurava che non è successo nulla di grave: “Nessuna rottura, restiamo leali al governo”. Mentre il forzista ma ancora di più draghiano Renato Brunetta ha preso le distanze dai suoi: “Incomprensibile il voto odierno di Forza Italia, a ottobre la linea condivisa nel partito era chiara”. Di certo la già sfibrata maggioranza ballerà su questa legge delega, su cui incombe una pioggia di emendamenti. “La destra voleva far cadere l’esecutivo e non ce l’ha fatta per un soffio” commenta nell’attesa il segretario del Pd, Enrico Letta. La crisi è stata schivata solo grazie al voto all’ultimo minuto di Alessandro Colucci, segretario della Camera. “Noi con l’Italia ha ritirato la firma di Lupi dall’emendamento soppressivo – sostiene Colucci – perché l’aggiornamento catastale, approvato in Consiglio dei ministri, è un atto necessario”. Soprattutto, “non si possono alimentare tensioni nel governo con la guerra alle porte dell’Europa”. Draghi non può cadere proprio ora. “Ma senza questo conflitto sarebbe già finito tutto” sussurrano diversi parlamentari. D’altronde ieri ad assaltare il premier è stata perfino FI, quella che il Pd corteggia da tempo, e che la legge delega l’aveva pure votata in Cdm (mentre la Lega si era astenuta). “Vediamo cosa vorrà fare ed essere Forza Italia…” chiedeva ad alta voce il dem Francesco Boccia ieri tra un vertice e l’altro. E la risposta è che non ha potuto derogare alla linea del centrodestra, secondo cui “questa riforma è una patrimoniale nascosta sulle case”, come sostenuto da Giorgia Meloni. Rapida, nell’infierire sui presunti alleati – “il governo è a traino Pd” – e nel chiamarli già a una nuova prova: “Ora bisogna votare no alla delega fiscale”.

È lì che Meloni aspetta anche i forzisti, sospesi tra la voglia di tenere in vita il governo e la necessità di tenere buono il proprio elettorato a un anno dalle Politiche. Dicotomia che si rispecchia nella convulsa giornata di Silvio Berlusconi, che nel pomeriggio manda il capogruppo alla Camera Paolo Barelli a Palazzo Chigi, per inseguire un’ultima mediazione. L’idea è un nuovo emendamento, ma non passa, perché prevede sempre lo stralcio della mappatura, “e quello è il cuore della riforma” gli rispondono. “E poi non ci saranno nuove tasse, sarà tutto a invarianza di gettito” insiste Boccia. I lavori in commissione vengono sospesi più volte, e Paolo Trancassini (Fdi) protesta: “L’opposizione deve aspettare che risolviate i vostri problemi”.

Si tiene un’ennesima riunione di maggioranza, con Draghi che manda come suo rappresentante il consigliere economico Francesco Giavazzi (e molti non gradiscono, anche tra i dem e i grillini). Ma nulla. Così il premier telefona a Berlusconi e Salvini. Ma riceve due no. “La sinistra si conferma il partito delle tasse” sarà poi il commento del Caimano. Mentre Salvini si dice “esterrefatto” e giura di aver tenuto il punto con Draghi: “Non mi spiego questa insistenza sul catasto”. Il leghista gli ha chiesto un nuovo incontro. Nell’attesa, punge il premier: “Lo vorrei in prima linea sull’Ucraina”. In questo scenario, ecco Giuseppe Conte: “Spaccare la maggioranza sul catasto non ha senso, ma il M5S non consentirà sovrattasse sugli immobili”. Quelle che i dem negano, in ogni forma: ma non si sa mai.