IL DOSSIER 

IL NUOVO INTERVENTISMO – L’Italia è in guerra e investe di più nelle spese militari. I pacifisti si dividono sull’equidistanza tra le parti. Repubblica attacca Spinelli, ma dimentica la Luiss DI SALVATORE CANNAVÒ4 MARZO 2022

C’è aria di interventismo. I segnali sono sempre gli stessi: aumento delle spese militari, le armi come soluzione delle crisi, la criminalizzazione di chi dissente. In una crisi che ha dimenticato del tutto cosa sia il ruolo dell’Onu o dell’interposizione, non resta che l’esaltazione della Nato.

Che siamo in guerra non dichiarata lo scriveva ieri su La Stampa anche il decano degli inviati di guerra, Domenico Quirico: “Inviare armi a chi combatte è in ogni significato possibile bellico, giuridico, morale entrare in combattimento, ovvero partecipare e uccidere”.

E invece il senso comune va da un’altra parte. Lo nota amaramente l’ex leader di Podemos, Pablo Iglesias, ora commentatore del quotidiano Publico, osservando il senso dell’editoriale del El Pais – ‘La legittimità delle armi’ – in cui si sostiene che “oggi le armi per la difesa dell’Ucraina sono le armi che la Seconda Repubblica spagnola non ebbe 80 anni fa”.

Le spese di Guerini L’interventismo si misura in primo luogo nel rinnovato appello ad aumentare le spese militari. Ha iniziato il cancelliere tedesco Olaf Scholz che conta di aumentare di circa 20 miliardi l’anno le spese militari del suo paese portandole al 2% del Pil raccomandato dalla Nato. Non vuole essere da meno il ministro della Difesa italiano, Lorenzo Guerini, che in un paio di interviste ieri ha rivendicato sotto la sua gestione un “bilancio della Difesa cresciuto di oltre 3 miliardi e mezzo, siamo all’1,4% del Pil. Si tratta di fare più investimenti”. Le spese militari sono già alte, l’Italia è all’undicesimo posto nel mondo nella classifica della svedese Sipri che le quantifica al 2020 in circa 29 miliardi. Secondo la raccomandazione Nato, e secondo Guerini, dovrebbero però arrivare a 38 miliardi, il 2% del Pil. Eppure la spesa militare aumenta da anni e, come spiega Francesco Vignarca dell’Osservatorio sulle spese militari Milex, “l’aumento è dovuto principalmente all’acquisto di cacciabombardieri e armi sofisticate”.

La fatica della pace Il clima interventista è così pesante che i problemi si sono scaricati anche sulla manifestazione di domani a Roma, promossa dalla Rete Pace e Disarmo e in cui un ruolo importante lo giocano le organizzazioni sindacali. Indetta anche nel segno del “no alle armi”, nei giorni scorsi si è cercato di modificare la piattaforma per far star dentro anche la Cisl. Che alla fine non se l’è sentita di aderire e ha inviato una lettera in cui se la prende con gli organizzatori per il rischio di una “sostanziale equidistanza tra le parti in guerra”. Ci sarà invece la Uil, con le bandiere della pace, e ovviamente la Cgil con Maurizio Landini che rivendica la contrarietà all’invio di armi. Nel frattempo, però, i vari tentativi di modificare la piattaforma hanno prodotto un conflitto interno tra le organizzazioni pacifiste e ognuna sarà in piazza con le proprie rivendicazioni.

Taci il nemico ti ascolta L’interventismo si respira anche nel dibattito mefitico della comunicazione televisiva e dei quotidiani. Il super-atlantista Gianni Riotta, che della denigrazione del Fatto ha realizzato una missione, ha dedicato su Repubblica un articolo al fenomeno “dei Putinversteher nostrani” esemplificati dai vari Savoini, Fusaro, Mattei, Foa e la nostra Barbara Spinelli. Sono quelli, secondo Repubblica, che “giustificano il Cremlino”. I nomi circolano da tempo, stavolta però vengono reimmessi nel circuito per comprendere anche Spinelli.

L’operazione, guarda caso, è un po’ maldestra. L’articolo, innanzitutto, è ripreso interamente da un pezzo del quotidiano online Linkiesta a firma di Maurizio Stefanini e datato 30 marzo 2021. L’anno in cui è redatto lo studio che rilancia l’espressione Russlandversteher (e non Putinversteher) cioè “chi simpatizza con la Russia”. Si tratta del capitolo di un libro, Russian Active Measures a cura di Olga Bertelsen dell’Ukrainan Researche Institute e che alla Columbia ha fatto solo un post-dottorato. Quindi anche il riferimento all’università americana è forzato. Anche l’edizione del libro, poi, è a cura della tedesca Ibidem Verlag con sede a Stoccarda e Hannover, che fa solo parte della ampia galassia Columbia University Press. Un po’ diverso.

Lo studio è curato da due italiani, Luigi Sergio Germani, direttore dell’Istituto Gino Germani di Scienze sociali e Studi strategici e Massimiliano Di Pasquale, esperto di Ucraina. L’obiettivo è quello di descrivere l’ampia rete di intellettuali, giornalisti, accademici che in Italia sostengono posizioni filo-russe. Oltre ai soliti nomi già usciti, ci sono però anche figure come Lucio Caracciolo, Massimo Cacciari, Sergio Romano, addirittura vengono citate La Sapienza di Roma e Ca’ Foscari di Venezia. Praticamente chiunque si interessi di Russia con un po’ di autonomia. Non c’è, e non ci può essere il nome di Barbara Spinelli che nell’articolo di Riotta sembra invece ricondotto al libro.

È citata invece, in un intero paragrafo, la Luiss, l’università di Confindustria che ha un programma siglato con l’università russa Mgimo e che ha, come Prorettore per l’Internazionalizzazione tal Raffaele Marchetti, “il quale collabora strettamente con il Dialogo delle Civiltà Research Institute creato e finanziato dall’oligarca russo ed ex generale del Kgb Vladimir Yakunin”. Marchetti è poi associato espressamente ai Russlandversteher tanto che in un’intervista del 2014 “proponeva la divisione dell’Ucraina a metà per regolare la questione del Donbass”. La Luiss però nell’articolo di Riotta non c’è (in quello de Linkiesta, sì). E chi è il direttore del Master di Giornalismo della Luiss? Gianni Riotta.