
IL COMMENTO
Niente canto del cigno. Ma, tonitruante come d’abitudine, risuona il canto del (Beppe) Grillo, con l’ennesima sconfessione e stilettata inflitta a Giuseppe Conte, che «non riesce a dare ultimatum, è uno dei più grandi specialisti di penultimatum che abbiamo visto». L’occasione era la conferenza stampa relativa alla «Fase 2 delle comunità energetiche», ma l’atmosfera si è surriscaldata su un tema un po’ diverso dalla Direttiva europea RED II e dalla (ventilata) «democrazia energetica». Ovvero, ancora una volta, il vulnus delle nomine nella tv pubblica: e sebbene il M5S abbia proclamato a lungo «fuori i partiti dalla Rai», tutto ruota lì attorno, in un mix di surrealismo (come scriveva ieri Annalisa Cuzzocrea) e paradossalità. Uno dei tanti paradossi pentastellati, certo, e non precisamente una battaglia di principio, che ha innescato una sequela di ripicche e rappresaglie (a partire dalla cancellazione dell’accordo con il Pd sul relatore della legge di Bilancio). E Conte aveva decretato lo stop alla presenza degli esponenti 5 Stelle nei programmi del servizio pubblico. Ma si è trattato di un «Fast Aventino», il più rapido della storia, della durata praticamente di un tweet (anziché di una delle sue fluviali dirette Facebook all’epoca di palazzo Chigi). Perché nelle scorse ore, di fronte all’insurrezione di capi-corrente e peones, il presidente ha declassato il suo ultimatum a una decisione non definitiva. Insomma, un ulteriore penultimatum, come ha velenosamente osservato il non più Elevato, ma – come da sua autodefinizione – «Gran custode dei valori del Movimento 5 Stelle». Difatti, ricomparendo per parlare di transizione energetica e reddito di cittadinanza, Grillo seguita a presentarsi come il padre nobile del “suo” movimento. Così, mentre Luigi Di Maio persiste nel coltivare la propria immagine ministeriale e capeggia i governisti (potendo sempre contare su una pattuglia parlamentare di fedelissimi), Conte rimane «tra color che son sospesi». Solo che, dopo avere annunciato le sorti magnifiche e progressive del suo neoMovimento, non è più il tempo del consueto stile equilibrista e funambolico del Camaleconte, e servono scelte irreversibili al posto delle dilazioni. Di permanente – più che quella campagna elettorale in cui era straordinariamente versato – ora c’è solo l’ebollizione del Magma 5 Stelle, che impedisce al momento anche l’elezione di capigruppo di rito contiano nelle due Camere. E se per replicare alla frecciata del «Garante-in-capo», dopo averla mestamente derubricata a «battuta», Conte dichiara che «sul piano della comunicazione Grillo ha una visione non molto ortodossa», appare altresì evidente a tutti che il suo tocco magico in materia (propiziato dal roccocasalinismo) risulta ormai evaporato. Della rifondazione organizzativa non si vede traccia concreta; e la possibilità di pesare in modo significativo nella partita del Quirinale è tutt’altro che scontata alla luce del marasma che agita i gruppi parlamentari. Dunque, il neoM5S come sintesi di partito notabilare e movimentismo in grado di riprendersi qualche voto antisistema delle origini non ha affatto ingranato la marcia. E si ritrova insidiato da una moltiplicazione di «Opa» poco amichevoli tutt’intorno, dalle prove di aggregazione allargata in Parlamento dei fuoriusciti allo stress test politico su stesso (in cerca di rinnovato protagonismo) di Alessandro Di Battista in tour. E la luce delle (5) Stelle fuori dal buco nero continua a non vedersi… —
