sabato 13/02/2021
di Fabrizio d’Esposito e Wanda Marra

“Crepi il lupo!”. Uscendo dal Quirinale, Mario Draghi abbassa il finestrino dell’auto per rispondere all’“in bocca al lupo” dei fotografi. È un attimo, dopo che davanti alla Sala alla Vetrata il premier scioglie la riserva e poi legge la lista dei ministri. Comunicazione breve e precisa, per dare vita a un esecutivo che porta una doppia firma: quella del presidente del Consiglio e quella del presidente della Repubblica. È stato il Quirinale ad annunciare con solo un’ora e mezza di anticipo che Draghi sarebbe salito al Colle alle 19. I due si sono sentiti più volte al giorno, sia ieri che l’altroieri. Tanto è vero che l’incontro formale di ieri è durato poco più di una mezz’ora. E la lista contiene 15 politici e 8 tecnici, anche se in realtà i pesi sono a favore dei super tecnici.
In primo luogo, il premier tiene per sé la gestione del Recovery, nominando tecnici di sua stretta fiducia: non solo Daniele Franco al Mes, ma anche Vittorio Colao alla Innovazione tecnica e alla Transizione digitale. I risultati della task force che aveva guidato nel governo Conte erano rimasti in un cassetto, in questa esperienza la sua è una posizione cruciale. E poi Roberto Cingolani alla Transizione ecologica. Un super fisico (attualmente nel board di Leonardo) indicato dai Cinque Stelle, che però è stato anche alla Leopolda di Renzi nel 2019 (ed era entrato nei suoi desiderata per un presunto Conte ter). Non c’è un ministro per gli Affari europei: segno evidente che i rapporti con Bruxelles se li gestirà direttamente il premier. Ma tecnici sono in posti nevralgici come la Giustizia, con Marta Cartabia (vicina al presidente della Repubblica), il Mit, con Enrico Giovannini, l’Università e l’Istruzione con due Rettori, Patrizio Bianchi e Cristina Messa. E poi, il Viminale che resta a Luciana Lamorgese. La sua riconferma è stata chiesta dallo stesso Mattarella. Così come quella del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini. Il Colle aveva allungato il suo ombrello protettivo anche su altre riconferme, che però sono state chieste dai partiti: Roberto Speranza (LeU), Luigi Di Maio (Esteri), Dario Franceschini (Cultura).
Nella formazione del nuovo esecutivo, la dinamica non è meno importante dei nomi e dei pesi: Draghi non ha trattato con i partiti, le interlocuzioni con loro sono avvenute tramite il Quirinale, il presidente e i suoi consiglieri, a partire da Zampetti. E anche ieri, i politici fino all’ultimo momento sono stati tenuti al buio: alcuni ministri sostengono di aver saputo direttamente dalle dichiarazioni pubbliche di Draghi di essere stati scelti, anche se qualche segnale era arrivato. Molti hanno avuto contatti con il Colle, più che con il premier. Ma alla fine, il compromesso c’è stato: dentro ci sono tre rappresentanti per ogni partito principale, ma con scelte che rispecchiano l’idea non solo di una continuità, ma anche di una certa moderazione. Per la Lega, i nomi sono sbilanciati in favore di quelli a Giancarlo Giorgetti, che – in virtù del suo rapporto storico con Draghi – prende anche un ministero di spesa, con il Mise. Per i 5 Stelle, non è un caso che esca Alfonso Bonafede e resti Stefano Patuanelli: il Movimento nella sua parte meno barricadera. Per premiare il Pd, con tre nomi rappresentativi delle tre correnti principali (il vice segretario, Andrea Orlando e Dario Franceschini e Lorenzo Guerini), Draghi ha aumentato i posti pure per gli altri partiti. Anche se quelli finiti a Forza Italia sono tre ministeri minori, con due figure poco rappresentative dell’area berlusconiana (Mara Carfagna e Renato Brunetta). Tanto che pare che per loro l’interlocuzione sia avvenuta con Gianni Letta.
Insomma, Draghi e Mattarella hanno realizzato un esecutivo che si garantisce l’appoggio dei partiti, attraverso alcune figure di primo piano, ma tende nello stesso tempo ad annacquarli. Per questo è rimasto fuori Nicola Zingaretti, per non far entrare Matteo Salvini. Da non trascurare in questo disegno la nomina del sottosegretario a Palazzo Chigi: Roberto Garofoli, già capo di gabinetto di Padoan e segretario generale con Letta. Un grande burocrate e un uomo macchina in un posto fondamentale per il funzionamento del governo.
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