giovedì 12/11/2020AUTOSTRADE – LA BATTAGLIA SULLA CONCESSIONE
di Carlo Di Foggia

L’arresto di alcuni ex manager di punta di Autostrade per l’Italia (Aspi) per l’ennesimo caso di mancata manutenzione piomba come un treno sulla trattativa tra Atlantia e il governo per l’uscita di scena della holding controllata dai Benetton. Che fine fa questo negoziato? La domanda non è peregrina.
A settembre 2019, all’indomani dell’inchiesta sui report falsati su alcuni viadotti, i Benetton decisero di silurare l’ex ad Giovanni Castellucci e il suo braccio operativo, il capo delle manutenzioni Michele Donferri Mitelli, entrambi indagati per il disastro del Morandi e arrestati ieri per l’indagine sulle barriere fonoassorbenti. Era il disperato tentativo di scaricare le responsabilità silurando l’uomo che per 15 anni li ha coperti d’oro spremendo profitti dalla concessionaria, anche a spese della manutenzione.
La famiglia veneta rimise il suo destino nelle mani di Gianni Mion, tutore finanziario da oltre 30 anni. “È una settimana che siamo sotto choc…”, spiegò Luciano Benetton. In questi mesi Mion ha diretto le trattative col governo per l’uscita da Aspi imponendo la linea dura, convinto che i rischi connessi alla revoca della concessione sbarrassero la strada all’esecutivo, mentre procedeva al repulisti vendendo l’idea delle “mele marce” già allontanate. Il cerchio oggi si chiude.
Dalle 100 pagine dell’ordinanza firmata dal Gip di Genova emerge un quadro “desolante” di “una politica imprenditoriale volta alla massimizzazione dei profitti (…) mediante la riduzione e il ritardo delle spese necessarie per la manutenzione della rete autostradale affidata in concessione e a scapito della sicurezza pubblica”. L’annotazione del giudice accompagna l’intercettazione di gennaio scorso, in cui l’attuale ad di Aspi Roberto Tomasi (già numero due di Castellucci e indagato nell’inchiesta sulle barriere fonoassorbenti) spiega al direttore finanziario che “la verità sta nel mezzo” e Aspi dal 1999 ha “distribuito 9 miliardi e quattro di dividendi”, di cui “9 e due sono andati ad Atlantia” e a loro volta “3 e 4 miliardi sono andati a Sintonia, Schema 28…”, cioè le società che riportano il controllo su Atlantia a Edizione, la holding dei Benetton guidata oggi da Mion. “Le manutenzioni le abbiamo fatte in calare, più passava il tempo meno facevamo … così distribuiamo più utili … e Gilberto e tutta la famiglia erano contenti”, spiegava a febbraio scorso il manager veneto (non indagato) intercettato con Giorgio Brunetti, professore emerito della Bocconi (non indagato).
Gilberto è Gilberto Benetton, artefice della trasformazione finanziaria dell’impero dei maglioncini con l’acquisto di Autostrade, scomparso a ottobre 2018. Un mese dopo il disastro del Morandi negò qualsiasi responsabilità al Corsera: “Se nel caso di Autostrade sono stati commessi degli errori, quando si sarà accertato compiutamente l’accaduto verranno prese le decisioni che sarà giusto prendere”. I Benetton ci hanno messo un anno e l’ennesima infornata di indagati per cacciare Castellucci (con buonuscita da 13 milioni, in parte bloccata) per poi richiamare Mion. Intercettato dai pm di Genova nel periodo in cui tratta col governo, il manager veneto spiega al suo interlocutore che “quando (i Benetton, ndr) hanno acquistato quella roba, era una roba che loro non potevano neanche governare…”. Nel 2007, Castellucci prende la guida estromettendo l’allora ad Vito Gamberale: “…allora diceva ‘facciamo noi!’ e Gilberto eccitato perché lui guadagnava e suo fratello di più…”, ricorda Mion. “2007, sono passati 12 anni…”, annota Brunetti.
L’idea che i Benetton e i loro uomini non si fossero mai chiesti come Castellucci facesse a farli guadagnare più di Apple coi pedaggi non regge. Vale la pena di notare che i pm di Genova hanno scoperto che Donferri Mitelli, cacciato a ottobre 2019 da Aspi, oggi lavora “in una società collegata ad Autostrade” peraltro percependo pure il sussidio di disoccupazione. Il filone principale dell’inchiesta, quello sul crollo del Morandi, rischia di essere un Armageddon. Ieri l’ala dura dei 5Stelle, con Di Battista in testa, è tornata a invocare la revoca della concessione.
Le indagini rischiano di mettere in serio imbarazzo il governo nella trattativa coi Benetton per far uscire Atlantia e cedere il controllo alla Cassa depositi e prestiti in tandem con due fondi speculativi (Macquarie e Blackstone) per chiudere la ferita del Morandi. Cdp e compagnia valutano Aspi 8,5-9,5 miliardi. Benetton e i fondi azionisti di Altantia 11-12 miliardi. Ieri la holding è crollata in Borsa.
Il negoziato è in stallo perché manca il nuovo Piano economico finanziario di Autostrade che stabilisce i prossimi 5 anni di pedaggi della concessionaria. Quello consegnato da Autostrade dopo averlo negoziato col ministero delle Infrastrutture è stato stroncato dall’Autorità dei Trasporti perché troppo generoso. Ora va riscritto. Se il ministero imponesse un Pef molto più severo, il prezzo di Aspi scenderebbe a livelli inaccettabili per Atlantia. Viceversa, a rimetterci saranno gli automobilisti. Ma da ieri è un epilogo ancora più difficile.
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