martedì 15/09/2020LE OBIEZIONI DEL NO

1 “Si sfascia la Costituzione del 1948”
Non è così. I Costituenti del 1948 non stabilirono un numero fisso di parlamentari, ma soltanto un criterio variabile per gli eletti in rapporto alla popolazione del momento: un deputato ogni 80mila abitanti o frazione sopra i 40mila e un senatore ogni 200mila o frazione sopra i 100mila. Nella I legislatura (1948-1953), per esempio, i deputati furono 574 e i senatori 237 mentre nella IV 596 e 246. Il numero fisso di 630 deputati e 315 senatori fu stabilito con la legge costituzionale del 9 febbraio 1963 sotto il IV governo di Amintore Fanfani che si reggeva su una maggioranza Dc-Psdi-Pri e l’appoggio esterno del Partito Socialista Italiano. Quindi i Padri costituenti non c’entrano nulla. Inoltre nel 1963 era un’altra epoca e non esistevano ancora gli altri due organi legislativi elettivi: le Regioni e il Parlamento Europeo.
2 “Saremo ultimi per numero di seggi in europa”
Il dato, estrapolato da un dossier della Camera e rilanciato da Repubblica e da Carlo Cottarelli su La Stampa, calcola che oggi l’Italia sarebbe quintultima per numero di rappresentanti ogni 100mila abitanti dei 28 Paesi Ue e domani, se vincesse il Sì, diventerebbe ultima. Ma è un palese falso: la comparazione non va fatta con Paesi che hanno un numero di abitanti molto più basso e che devono avere un numero minimo di rappresentanti (questi sono in cima alla classifica) e con Parlamenti a Camere differenziate e in parte non elettive. Il paragone ha senso tra Paesi simili per numero di abitanti e Camere elette direttamente che, pur con poteri diversi, diano la fiducia al governo. Con questi parametri, oggi l’Italia ha il più alto rapporto tra parlamentari ed eletti fra i grandi Paesi Ue (1,6 ogni 100mila abitanti) e lo manterrà dopo a pari merito con Uk (1 ogni 100mila) e davanti a Germania (0,09), Francia (0,09) e Spagna (0,8).
3 “Ci sarà meno rappresentanza”
Non è vero. Il criterio della rappresentanza dipende dalla legge elettorale con cui i cittadini scelgono gli eletti e non c’entra nulla con il numero dei parlamentari. Quanto più una legge è proporzionale e permette agli elettori di scegliere i parlamentari – con preferenze o collegi, ma senza liste bloccate – tanto più è alto il livello di rappresentanza. Se bastasse il numero dei parlamentari, potremmo dire che quello della Cina (con 3mila componenti) è il Parlamento più rappresentativo e democratico del mondo. Invece non è così: Israele e Paesi Bassi, con appena 120 e 150 eletti, hanno i Parlamenti più rappresentativi perché al loro interno sono rappresentati rispettivamente 8 e 13 partiti. Non solo: i partiti più piccoli non subiranno penalizzazioni perché già oggi esiste una soglia di sbarramento implicita – nelle regioni medio-piccole – che porta a far eleggere solo senatori di partiti medio-grandi. In base alle simulazioni dell’Istituto Cattaneo, con una legge proporzionale tutti i partiti continuerebbero a essere rappresentati.
4 “È un regalo all’antipolitica dei grillini”
Il testo è stato approvato un anno fa in ultima lettura alla Camera col 98% dei Sì. Anche ammettendo che improvvisamente tutti i partiti avessero cambiato idea soltanto per soddisfare un capriccio dei 5Stelle, resta il fatto che in passato proposte simili o identiche erano arrivate da destra e da sinistra. Nel 2008 il Pd presentò un ddl Zanda-Finocchiaro&C. uguale a quello per cui si vota oggi: 400 deputati e 200 senatori. Anche la coalizione di centrodestra, nel suo programma elettorale per le elezioni del 2018, parlava di “riduzione dei parlamentari”, e infatti Matteo Salvini, poi alleatosi col M5S nel governo Conte I, esultò alla prima approvazione in Senato con tanto di selfie sorridente: “Taglio di 345 parlamentari, fatto”. Per quanto storicamente lacerato dalle divisioni, la recente direzione del Pd ha comunque confermato il suo pieno sostegno alla riforma, approvando il Sì con 188 Sì, 18 No e 8 astenuti.
5 “Così il parlamento sarà più debole”
Molti, tra i sostenitori del No, immaginano che il Sì ci consegni un Parlamento ostaggio delle bizze di una manciata di eletti: controllandone anche soltanto quattro o cinque – dicono – una lobby o un leader di partito potrebbe tenere sotto scacco il governo o la maggioranza.
In realtà, spesso, nelle ultime legislature, si sono avute maggioranze ballerine che si sono rette su improvvisi cambi di casacca (Domenico Scilipoti & C. ai tempi di Berlusconi) o sulla difficile convivenza tra gruppi eterogenei (come nel governo Prodi del 2006). Posto che la formazione di una maggioranza più o meno ampia riguarda più la legge elettorale e i voti presi nelle urne che il numero di eletti, avere meno parlamentari potrebbe servire proprio a responsabilizzare deputati e senatori e a esercitare su di loro maggior controllo sociale per evitare ingiustificate transumanze dall’opposizione alla maggioranza (o viceversa).
6 “Serviva una riforma più ampia”
È quello che è stato fatto nel 2006 dal centrodestra e nel 2016 da Renzi&Boschi con due controriforme-monstre che miravano a stravolgere due terzi della Carta lasciando a un’unica scelta secca tra Sì e No un blocco di misure molto eterogenee imbellettate dal taglio dei parlamentari (la Renzi-Boschi andava dalla più “innocua” per la Costituzione – l’abolizione del Cnel, su cui c’era ampio consenso – alla più impattante: quella di un Senato composto da 100 membri non più eletti, ma nominati dai consigli regionali). Gli italiani bocciarono con ampio margine entrambe le controriforme extra-large. Anche per questo, l’anno scorso, il Parlamento ha preferito muoversi con modifiche chirurgiche alla Carta, promuovendo il taglio dei parlamentari e lasciando a un secondo momento l’eventualità di altre proposte che intacchino il bicameralismo perfetto o le competenze del Senato.
7 “Dovevano ridursi lo stipendio anziché le poltrone”
I soliti benaltristi ignorano, o fingono di ignorare, che l’una cosa non esclude l’altra: in caso di vittoria del Sì, il Fatto inizierà una campagna per promuovere anche la riduzione degli stipendi degli eletti. E i 5Stelle hanno già proposto agli altri partiti di procedere col taglio appena dopo il voto di domenica. Per farlo non servirà il lungo iter che ha accompagnato la riforma costituzionale, e neppure una legge ordinaria: basterà una delibera dell’Ufficio di presidenza di ciascuna Camera. In ogni caso, il risparmio ottenuto con la riduzione dello stipendio dei parlamentari non sarebbe certo maggiore a quello che si avrebbe col taglio di 345 eletti: oltre alle indennità, infatti, vanno considerate le spese per l’attività politica e quelle per gli staff.
8 “Il risparmio è un misero caffè”
Questo calcolo prende per buone le stime dell’economista Carlo Cottarelli, fautore del No al referendum, secondo cui si risparmieranno circa 300 milioni l’anno. Ma è proprio l’argomentazione che non ha senso, perché paragona le mele con le patate. La comparazione dei costi prima e dopo il taglio non va fatta con la spesa pubblica italiana nel suo complesso, ma con il totale del costo annuo del Parlamento (circa 1,5 miliardi): e qui la riduzione dei parlamentari produrrebbe un risparmio del 6-7%. Che, se imitato da tutte le Pubbliche amministrazioni, risolverebbe gran parte dei problemi della nostra finanza pubblica.
Inoltre il risparmio è una buona cosa indipendentemente dalla sua entità: anche per il segnale che dà all’opinione pubblica, riconciliando dopo anni di distacco e disaffezione il Paese legale col Paese reale.
9 “Vincono destra e presidenzialismo”
Manca la controprova. E in ogni caso questo argomento, tutto politico, non ha niente a che vedere col taglio degli eletti, che riguarda tutti gli schieramenti, non solo quello avverso alla destra. Se la destra avrà la maggioranza dipenderà dai voti che riuscirà a prendere e, casomai, dalla legge elettorale. Il presidenzialismo invece non è neppure accennato nella riforma. È un vecchio sogno del centrodestra, che ogni tanto lo ritira fuori. Il M5S lo ha sempre osteggiato e il Pd contribuì a farlo saltare quando il Pdl, che aveva la maggioranza, lo propose nel 2012. Anche gli italiani, l’ultima volta che si trovarono a votare una modifica costituzionale verso un semipresidenzialismo (quella di B. del 2006), la bocciarono al referendum. Il taglio dei parlamentari taglia i parlamentari e basta. Nessun cambiamento per la democrazia parlamentare e per i poteri di governo e Parlamento, che restano intatti: gli stessi fissati dai nostri Padri costituenti.
10 “Avremo un sistema oligarchico”
Il taglio, secondo alcuni (il gruppo Repubblica-Espresso-Stampa, Emma Bonino e altri propagandisti del No), ci restituirebbe un Parlamento in mano alle segreterie dei pochi partiti che vi avrebbero accesso. Ma è falso: il risultato delle elezioni e la conformazione del Parlamento dipendono non dalla quantità di deputati e senatori, ma dalla legge elettorale e dalle scelte degli elettori. Il Sì può accelerare il ritorno alle preferenze o comunque il superamento delle liste bloccate – quelle sì, sintomo di un Parlamento oligarchico.
E non è vero che i partiti più piccoli (posto che la frammentazione sia un valore e non una degenerazione) sarebbero esclusi a priori. Il loro accesso dipenderà dalla soglia di sbarramento nella legge elettorale: riducendo quella, potrebbero bastare anche meno voti rispetto a prima. Quanto alla presunta nuova casta oligarchica: ne avete mai vista una che si mette a dieta e taglia il 36% delle poltrone?
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