Tre miliardi per la tragedia del Morandi e tariffe giù La famiglia di Ponzano scenderà nel capitale di Aspi
Alessandro Barbera
roma
Tre miliardi di euro per risarcire la tragedia di Ponte Morandi, metà dei quali destinati al taglio delle tariffe (si ipotizza fra il cinque e il dieci per cento), un quarto per la ricostruzione, un altro quarto per altre opere di manutenzione. E’ questa l’offerta sulla quale ieri sera il premier e i ministri competenti si sono riuniti per chiudere – dopo due anni di calvario – lo scontro fra il governo e la famiglia Benetton. «Ora c’è la volontà di trovare l’accordo», spiega una fonte di maggioranza sotto stretto anonimato. L’inaugurazione del nuovo cavalcavia firmato Renzo Piano è fissata per il 25 luglio: il governo è deciso ad arrivarci senza pendenze. Se non ci saranno intoppi il giorno della decisione potrebbe essere venerdì.
Il tempo stringe: per non portare i libri in tribunale Autostrade ha dovuto farsi concedere un prestito infragruppo da Atlantia da novecento milioni di euro. I vertici hanno chiesto un ulteriore prestito da 1,25 miliardi garantito dallo Stato a Sace, ma la procedura stenta per via di un veto politico dei Cinque Stelle. I titoli del gruppo sono ridotti al rango spazzatura, e senza il Covid e l’intervento della Banca centrale europea sul mercato dei bond Autostrade avrebbe rischiato grosso. In casa Pd raccontano che i resoconti del ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli sullo stato della trattativa siano state una delle ragioni per le quali il leader Pd Nicola Zingaretti ha chiesto pubblicamente a Conte di darsi da fare. «Occorre accelerare sui dossier», ha scritto su Facebook. Il vertice a Palazzo Chigi con la ministra, il collega del Tesoro Roberto Gualtieri e i capi di gabinetto dei rispettivi ministeri è servito a questo: mettere sotto pressione il premier, che fatica sempre a urtare le sensibilità dei Cinque Stelle.
I protagonisti della partita sanno che alternative all’accordo non ce ne sono. Due giorni fa, a sei mesi dalla modifica unilaterale della concessione, e nonostante i rapporti tesi con il governo, i vertici di Autostrade avevano deciso di congelare la richiesta di risarcimento che una norma della convenzione gli permetterebbe di rivendicare. A mancare finora è stata la coesione di governo. «Il risultato è stato deleterio per tutti», lamentano in casa Pd. Sono aumentate le distanze fra i partiti (Pd e Renzi da una parte, Cinque Stelle dall’altra), è aumentato il nervosismo degli azionisti, non solo dei Benetton ma anche degli investitori internazionali, cinesi e non. Le tariffe non sono scese, gli investimenti languono. Raccontano ad Autostrade che dei 14,5 miliardi programmati dal piano industriale circa la metà avrebbero potuto essere già stati avviati, e invece restano bloccati negli uffici delle Infrastrutture da venti mesi. Procedure che potrebbero essere chiuse in tre mesi.
Ecco perché la De Micheli, temendo di diventare il capro espiatorio di un possibile fallimento, ha chiesto l’intervento deciso di Zingaretti e Gualtieri. Ora l’intesa, se formalizzata, porterebbe la famiglia Benetton ben al di sotto del cinquanta per cento di Aspi. Il governo si è reso disponibile a entrare nel capitale della società attraverso Cassa depositi e prestiti e il fondo infrastrutturale F2I, partecipato dalle fondazioni bancarie, dalla stessa Cdp e da diversi fondi previdenziali. A sbloccare la trattativa ha contribuito anche la disponibilità dei Benetton, sia nell’evitare ulteriori procedure legali, sia alzando fino alla soglia psicologica dei tre miliardi la cifra per il risarcimento per i danni per Genova. L’alternativa sarebbe un megacontenzioso che costringerebbe il governo ad affidare ad Anas la gestione delle autostrade e un danno erariale da venti miliardi di euro, ovvero il valore della concessione di qui alla scadenza.
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