sabato 06/06/2020IL DIBATTITO
di Carlo Di Foggia

Quando si dice il tempismo. Non è bastata la decisione della Bce di aumentare il programma di acquisti di titoli di debito a frenare il dibattito sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Francoforte alza il bazooka di 600 miliardi, portando gli acquisti di titoli italiani ad almeno 260 miliardi nel 2020, più di metà del fabbisogno annuale del nostro Paese. Poco importa anche che nessun paese Ue intenda usare l’ex fondo Salva Stati: ieri è ripartito il fuoco incrociato per spingere il governo, o meglio il premier Giuseppe Conte, a superare il no dei 5 Stelle e usare le line di credito “sanitarie” del Mes. L’affondo arriva da Confindustria, pezzi di estabilishment e della stessa maggioranza, Pd in testa.
Breve premessa: l’accordo raggiunto all’Eurogruppo mette a diposizione i prestiti del Mes con la condizionalità di usarli per le spese sanitarie “dirette e indirette” legate al Covid; valgono il 2 per cento del Pil di ogni Paese (36 miliardi per l’Italia), vengono erogati in 2 anni, vanno rimborsati entro 10 e sono a tassi assai bassi.
Ieri, mentre le Borse e lo spread festeggiavano la decisione della Bce, il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha scritto una lettera al Sole 24 Ore per chiedere di ricorrere al Mes: “36 miliardi senza condizioni a tassi bassissimi ci permetterebbero di fare un grande salto nella qualità della sanità pubblica”. Il segretario dem spiega che il risparmio per l’Italia, evitando di chiedere prestiti per 36 miliardi sul mercato, è di 580 milioni l’anno. Peccato che li calcoli sull’asta di Btp chiusa il giorno prima della decisione della Bce, che ha ridotto ancora i tassi dei titoli italiani (ed è probabile che interverrà ancora in autunno). Zingaretti non è però il solo. Anche il presidente della Toscana, Enrico Rossi – i cui tagli alla sanità regionale si sono fatti sentire – si è fatto intervistare da Repubblica per dire che “i soldi del Mes potrebbero finanziare un gigantesco piano di investimenti in sanità”, mentre il ministro della Salute Roberto Speranza fa sapere di essere pronto a usarli. Italia Viva, ça va sans dire, ci punta da sempre.
Vale la pena di notare, però, che è un dibattito esistente solo in Italia. Ieri, per dire, il ministro delle finanze greco Christos Staikouras ha spiegato che Atene – Paese assai più indebitato dell’Italia e che il Mes modello Troika l’ha sperimentato – “non ha bisogno di ricorrervi”. La Francia ha già fatto sapere che non lo userà. “Il Mes può servire in caso di difficoltà a ottenere finanziamenti sui mercati finanziari. Non è la nostra situazione”, ha detto il ministro Bruno Le Maire.
L’ex fondo salva stati, infatti, è stato istituito nel 2012 per aiutare i Paesi che non riescono più a finanziarsi sul mercato (è una sorta di un banca partecipata dai 19 Stati dell’euro). Un Paese che vi ricorre può lanciare un segnale pericoloso agli investitori (“effetto stigma”) e far salire il costo sul resto del debito da emettere. È per questo che anche Spagna e Portogallo non hanno intenzione di usarlo. Lisbona esprime anche il presidente dell’Eurogruppo, il ministro delle finanze Mario Centeno. Dal suo entourage filtra che “lo scopo del prestito del Mes era di dire ai mercati che l’Ue aveva un bazooka nel cassetto, pronto a essere usato in caso di bisogno”. Insomma serviva più dare un segnale che usarlo davvero. Cosa che finora ha ventilato di fare solo Cipro, che però è già sotto un programma Mes, salvo poi chiarire che “i fondi sembrano insufficienti per giustificare tale azione”.
Il dibattito pubblico, insomma, esiste solo in Italia. È il motivo è più politico che economico: legare il Paese a un’istituzione che è tenuta a monitorare la sostenibilità delle finanze del Paese debitore per potersi assicurare il rimborso dei prestiti.
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