venerdì 15/05/2020ANTIVIRUS

di Maria Rita Gismondo
Purtroppo le notizie intorno a Covid-19 non sempre sono chiare, anche nel caso della terapia con plasma iperimmune. Il dottor De Donno, pneumologo poco noto mediaticamente (cura i pazienti!) ma molto nella sua trincea mantovana, in collaborazione con l’infettivologo Casari e altri colleghi di Pavia, ha comunicato di voler condurre una sperimentazione sull’utilizzo di siero iperimmune. Cioè ha proposto di utilizzare il sangue dei malati Covid-19 guariti, in modo da “passare” gli anticorpi dal guarito al malato. Questa terapia non solo è stata già utilizzata durante la pandemia in Cina, ma è una metodologia terapeutica (immunizzazione passiva) impiegata da più di cento anni. Per fare un esempio, è già disponibile per l’epatite B, il botulismo infantile, la rabbia, il tetano, il cytomegalovirus, il vaiolo e il virus varicella-zoster. Con ottimi risultati. È una geniale intuizione applicativa. Ovviamente qualsiasi nuovo utilizzo va sperimentato rigorosamente, ma è ingiustificato scientificamente (tralasciando di ricordare le auspicabili buone maniere tra colleghi) fare dichiarazioni denigratorie contro lo sperimentatore, soprattutto prima di aver visto i risultati definitivi della sperimentazione. L’elegante silenzio di De Donno è stato premiato e oggi non solo i risultati hanno confermato la sua proposta terapeutica, ma c’è una grande mobilitazione a creare banche di sangue dei guariti, dove custodire, dopo adeguati controlli, un vero tesoro. I pazienti che, come evidenzia lo studio, hanno guadagnato la vita (mortalità ridotta dal 16% al 6%), ringraziano. Gli altri tacciano.
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