giovedì 23/04/2020
Il DOSSIER
POTERE – IL GRUPPO HA 10 FILIALI IN PAESI CHE L’ITALIA CONSIDERA PARADISI FISCALI, MA CI SONO ANCHE 50 SUCCURSALI TRA AMSTERDAM E DUBLINOdi Stefano Vergine

Cayman, Bahamas, Bermuda, Singapore, Jersey, Isole Vergini Britanniche, Trinidad e Tobago, Dubai. E poi i paradisi fiscali dietro casa: Olanda, Irlanda, Belgio, Lussemburgo, Cipro, Malta. È la lista delle piazze offshore mondiali in cui ha sede la principale azienda controllata dallo Stato italiano, Eni. Un elenco che mostra in modo chiaro il paradosso della competizione fiscale interna all’Unione europea. Il gigante petrolifero guidato da Claudio Descalzi, appena confermato dal governo Conte per altri tre anni come amministratore delegato, finora ha preferito pagare le tasse in Irlanda e in Olanda piuttosto che versarle nelle casse del suo azionista di maggioranza, lo Stato italiano. Tutto legale, ma quantomeno schizofrenico viste le recenti invettive di alcuni membri del governo contro i paradisi fiscali europei, oggi accusati di attirare nei loro Paesi le nostre multinazionali con aliquote da zero-virgola sottraendo così miliardi all’erario. Proprio il meccanismo di cui ha beneficiato finora Eni.
È tutto raccontato dall’associazione Tax Justice Italia in uno studio che uscirà su Fq Millennium, in edicola il 16 maggio. Una ricerca basata su dati forniti dalla stessa Eni, tra le pochissime società al mondo ad aver pubblicato il country by country report, lista di tutti i Paesi in cui una multinazionale è presente, con relative cifre economiche e numero di dipendenti. I dati di Eni dicono che nel 2018 il gruppo aveva 10 controllate registrate nelle più note Piazze offshore. Nei documenti ufficiali la società dice di non essere coinvolta in programmi di “pianificazione fiscale aggressiva”: sei delle dieci controllate offshore, ha spiegato Eni a Tax Justice Italia, vengono in effetti tassate in Italia mentre le altre quattro, pur avendo sede in un paradiso fiscale, non ottengono per questo vantaggi, tant’è che l’Agenzia delle Entrate non ha avuto nulla da dire. Perché allora l’accusa di sottrarre denaro all’Italia?
Se è vero che il gruppo ha solo 10 filiali in Paesi che la legge da noi considera paradisi fiscali, è anche vero che nel computo non sono incluse le oltre 50 società sparse tra Irlanda e Olanda. Ad Amsterdam e Dublino, Eni ha registrato decine di succursali che dichiarano pochi dipendenti e parecchi profitti. I servizi svolti da queste filiali potrebbero essere trasferiti in Italia, sostiene Tax Justice Italia, così Eni contribuirebbe maggiormente al bilancio dello Stato in un momento come questo, in cui c’è enorme bisogno di denaro da investire per contrastare la crisi innescata dal coronavirus.
In Irlanda Eni ha piazzato ad esempio la società che fornisce servizi di assicurazione interni al gruppo. Un business che nel 2018 ha garantito profitti per 51 milioni di euro, sui quali l’azienda ha pagato il 12,5% di Ires (imposta sul reddito delle società), quasi la metà rispetto all’Italia. Buona parte delle filiali offshore di Eni si trova però in Olanda, il più acerrimo nemico della mutualizzazione del debito comune europea chiesta adesso dal governo italiano. L’Olanda è stata scelta anni fa come uno degli hub finanziari dell’azienda oggi guidata da Descalzi. Al 1725 di Strawinskylaan, in un grattacielo a sud di Amsterdam, sono infatti registrate 53 società del gruppo. Filiali che fanno esplorazioni petrolifere in mezzo mondo. Tutte piazzate lì per pagare meno imposte possibile? Eni ha garantito a Tax Justice Italia che in alcun modo queste società sono basate in Olanda per ottenere un risparmio fiscale. Il rapporto cita però alcuni fatti. Nel 2017 la multinazionale italiana ha registrato ad Amsterdam profitti per 248 milioni di euro, e su questi ha pagato 4,8 milioni di imposte. Insomma, l’aliquota effettiva con cui sono state tassate le filiali olandesi di Eni è stata pari all’1,94%. Inoltre buona parte delle 53 società sono scatole vuote: impiegano in totale 69 persone, una media di meno di due lavoratori per ogni filiale.
A differenza di Piazze offshore come le Cayman o le Bermuda, nei Paesi Bassi l’Ires non è per niente contenuta: teoricamente le aziende pagano un’aliquota del 25 %, superiore persino a quella italiana. Eppure grazie a una serie di incentivi (imposte minime su dividendi, plusvalenze, sfruttamento di marchi e brevetti), la tassazione effettiva delle multinazionali può arrivare a livelli minimi. In più, se una società ha accumulato perdite nel tempo, gli eventuali profitti registrati quell’anno vengono compensati: una possibilità concessa da diverse nazioni del mondo, ma dall’Olanda in modo più generoso dato che è permesso utilizzare per molti anni le perdite pregresse con lo scopo di abbattere il carico fiscale di un’impresa. Un’opzione sfruttata proprio da Eni. Si legge in fatti nello studio di Tax Justice Italia che Eni International BV, la holding olandese dell’azienda di Stato italiana, grazie a questa possibilità potrebbe evitare di pagare imposte sul reddito fino al 2027. Secondo Gabriel Zucman, tra i massimi esperti mondiali di paradisi fiscali, ogni anno l’Italia a causa delle sole Piazze offshore europee perde circa 6,5 miliardi di euro in gettito fiscale. Di questi, un miliardo va in fumo grazie alle generosissime politiche riservate dal governo olandese alle multinazionali. A beneficiarne sono aziende di tutto il mondo, comprese tante italiane tra cui Fca e Ferrari, Mediaset, Campari, la Cementir di Francesco Gaetano Caltagirone. Imprese totalmente private, che hanno come primo obiettivo il profitto dei propri azionisti e che dunque sfruttano come possono gli escamotage legali per pagare meno tasse. Eni è invece una controllata dello Stato italiano. Ogni euro tolto alla fiscalità italiana è una perdita per il suo azionista principale. Lo stesso governo che ora chiede all’Olanda di non essere più un paradiso fiscale.
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