venerdì 06/03/2020

In tempi di crisi, tutti si concentrano sull’essenziale e tendono a eliminare il superfluo. Il che potrebbe spiegare i sondaggi a picco del Cazzaro e dell’Innominabile. Del resto bisogna pur aggrapparsi a qualche buona notizia: e quella di non avere a Palazzo Chigi nessuno dei due Matteo a gestire il coronavirus non può che rallegrare anche il soggetto più depresso e ipocondriaco. Basta sentirli parlare per farsi un’idea di quel che ne sarebbe di noi se sedessero nella stanza dei tamponi. Prendiamo Salvini. Oltre ai numerosi e già noti deficit cognitivi, ne sta evidenziando un altro, del tutto sconosciuto in letteratura: non distingue il verbo chiude dal verbo aprire. Infatti li usa a distanza di pochi minuti o anche contemporaneamente, nella stessa frase, come se fossero sinonimi anziché contrari. Il 21 febbraio, giorno della scoperta del primo focolaio a Codogno, annunciò subito il suo antivirus: “Conte sospenda Schengen o si dimetta”. E l’indomani, mentre il governo varava il decreto per sigillare la zona rossa lodigiana, si spiegò meglio: “Sigillare i confini per fare adesso quello che non si è fatto prima. Meglio tardi che mai”. La trovata restò fortunatamente lettera morta, anche perché avrebbe coronato il sogno dei sovranisti anti-italiani d’oltreconfine: non impedire agli stranieri di entrare, ma a noi di uscire. Quel giorno il Cazzaro Verde era per chiudere tutto anche in Italia: quarantena obbligatoria per tutti. Quella volontaria chiesta dal governo ai soggetti sintomatici lo faceva ridere: “Ma quando mai si è visto? Quando c’è di mezzo la salute, meglio un controllo in più che uno in meno, una precauzione in più che una in meno”. Il 23 febbraio, ancora linea durissima: “Forse ora qualcuno avrà capito che è necessario chiudere, controllare, blindare, bloccare, proteggere prima che il disastro sia totale?”.

Poi fortunatamente andò a sciare in Trentino e si distrasse un po’ fra colazioni di uova e bacon fritti, taglieri di salumi e formaggi, prosecchini e spritz (“sono a dieta”). Il 27 febbraio, purtroppo, rientrò a Roma per farsi ricevere da Mattarella e comunicargli la nuova ideona: il governissimo tanto caro anche all’altro Matteo. Ma, giunto sul Colle più alto, inopinatamente se ne scordò, per lo stupore del Presidente che fissava l’orologio nella vana attesa che venisse al dunque. Infatti, quando uscì, l’uomo del “chiudere tutto” era già passato all’“aprire tutto”: “Ho trovato un interlocutore attento sul fatto che il Paese debba riaprire tutto al più presto. L’appello che ho chiesto (sic, ndr)

per chi è al governo è di aprire tutto quello che si può: fabbriche, centri commerciali, teatri, bar”. Ecco: soprattutto bar.

Il 2 marzo, altra mossa geniale, da vero patriota sovranista, per spezzare le reni all’ondata anti-italiana mondiale: un’intervista allo spagnolo El País per far sapere che il governo italiano “non è in grado di gestire la normalità né tantomeno l’emergenza”. Lui sì che avrebbe saputo cosa fare, per sgominare il contagio con le nude mani: “La Lega aveva dato l’allarme più di un mese fa, chiedeva di far scattare le quarantene già il 30 gennaio. Ma i partiti al governo ci dissero che stavamo esagerando. Se si fossero mossi prima, non avremmo ora così tanti problemi”. Strano che, governando le due regioni ospitanti gli unici focolai d’infezione (il Lodigiano e il Padovano), si fosse scordato di avvertirne i rispettivi governatori, peraltro 21 giorni prima che i due focolai fossero scoperti, con una preveggenza davvero invidiabile. E siamo al 4 marzo. Il governo chiude quasi tutto per due settimane, ma al Cazzaro Apri & Chiudi non va bene neppure stavolta: “Un Paese serio e civile aiuta le mamme e i papà che lavorano” (qualunque cosa voglia dire). Intanto il 1° marzo Gualtieri annuncia un decreto di pronto intervento da 3,6 miliardi. Ma Salvini scuote il capino: “Altro che 3,6 miliardi… Per aiutare seriamente imprese e famiglie italiane in difficoltà servono subito almeno 20 miliardi”. Uno non fa in tempo a segnarsi i 20 miliardi, e il Cazzaro l’indomani ridà i numeri: “Stanziare 3,6 miliardi per soccorrere l’economia italiana, in ginocchio per il coronavirus, è come dare un’aspirina a chi ha la broncopolmonite. Servono almeno 50 miliardi”. Euro più, euro meno. Massì, abbondantis adbondandum! E non basta, perché nel frattempo ha pure intimato il “blocco immediato di pagamento di tasse, mutui, affitti, bollette, cartelle esattoriali e burocrazia varia in tutta Italia”. Senza dimenticare le altre misure previste dal piano antivirus della Lega: “moratoria fiscale”, “esenzione Imu”, “cassa integrazione in deroga su tutto il territorio”, “interventi nel settore credito”, “indennità mensili ai lavoratori autonomi”. E – sorpresona! – “estensione della zona rossa a tutto il Paese” (che, per chi voleva “riaprire tutto”, non è male). Salvini non aggiunge “chiù pilu per tutti” per non dover pagare il copyright a Cetto Laqualunque. Non certo perché il blocco delle tasse costerebbe da solo 470 miliardi, senza contare il resto. Bacioni.

Frattanto l’Innominato, dopo ben 48 ore di astinenza da interviste, è descritto dai retroscena di palazzo “irritato per gravi errori di comunicazione” del governo. E ne ha di che, visto che comunica così bene da essere precipitato sotto il 3. Che non è la pressione delle gomme, ma la percentuale dei sondaggi. Ieri sera, poi, il Grande Comunicatore era ospite di Rivelo, programma di gossip per veline e tronisti condotto su Real Time dalla fidanzata del figlio di Lucio Presta, per “raccontare ‘Matteo’ e non ‘Renzi’ attraverso aspetti privati della sua vita, a partire dall’infanzia tra le campagne di Rignano sull’Arno”. Gnamm. Poco prima si era posato sulla spalla dell’incolpevole Biden per appropriarsi della sua vittoria nel SuperTuesday, che a questo punto potrebbe tranquillamente essere l’ultima.

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