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È dura la vita del reggente. Vito Crimi in questi giorni sta ricevendo schiaffi da tutte le parti. Prima dalle anime di sinistra del Movimento, che lo accusano di essere troppo schiacciato su Luigi Di Maio, quando usa la mano dura contro chi prova a dialogare con il Pd sui territori. E subisce ancora, Crimi, ma stavolta dagli uomini vicini all’ex capo politico, che lo mettono all’angolo al primo tentativo di rimandare il Congresso a giugno, forse luglio. «Si lascia trascinare da Davide Casaleggio e dalla sua mentalità da burocrate», spiega un membro dell’esecutivo vicino a Di Maio, «ma non pensi di poter tenere il piede in due staffe. Non può costruirsi un futuro buono per tutte le stagioni». Anche perché il grido di dolore che monta dalle viscere del partito è fortissimo: «Stiamo morendo». Ormai lo urlano alla luce del sole non solo gli attivisti, ma anche chi è abituato di più alla prudenza, come deputati e senatori grillini. 
Sono soprattutto gli uomini legati al ministro degli Esteri a sbattere i pugni sul tavolo di fronte alla possibilità, ventilata in questi giorni, di posticipare ad estate inoltrata la data del Congresso, inizialmente prevista dopo il referendum del 29 marzo sul taglio dei parlamentari. «Se proseguiamo sulla linea dell’autoreferenzialità e dell’immobilismo – avverte il deputato Sergio Battelli, ex tesoriere del gruppo alla Camera e considerato storicamente vicino a Di Maio – condanniamo il Movimento prima all’inconsistenza e poi all’autodistruzione». Tra le righe, arriva anche la puntura a Crimi, che viene ringraziato per il lavoro fatto, ma «serve una leadership forte». E sulla stessa scia interviene anche il deputato Michele Gubitosa, considerato un fedelissimo del ministro degli Esteri: «Ci serve una leadership di spessore, con una linea politica chiara e non possiamo continuare a vivacchiare. Rimandare gli stati generali a luglio, come dice qualcuno, sarebbe folle», scrive su Facebook. Persino da lidi che sarebbero lontani da Di Maio, arrivano proteste: «Stiamo morendo, non abbiamo più energie», dice sconsolata la deputata Federica Dieni. «Per riprenderci dovrebbe arrivare una ventata di novità e di energia, ma non mi sembra che ci si stia muovendo in quella direzione».
Qualcuno, fuori dai Palazzi più che dentro, pensa ad Alessandro Di Battista come ciambella di salvataggio. Di ritorno dall’Iran, lui si schiera con forza sulla sponda di Di Maio: «Il nostro unico futuro è la terza via – scrive sui social -. Ma non si può banalizzare il concetto parlando esclusivamente della collocazione del Movimento alle elezioni». Poi, lancia quella che inizia a prendere le forme di una mozione da portare al congresso. Stato sociale da rafforzare, nazionalizzazioni, multiculturalismo in politica estera e, soprattutto, legge sul conflitto di interessi: «Occorre farla durissima», sottolinea. Un manifesto che viene accolto con freddezza glaciale dai colonnelli di Di Maio: «Dice di aver approfondito mentre era in viaggio, ma non approfondiva i dossier nemmeno quando eravamo all’opposizione. Non pensi di venire a fare il fenomeno». Crimi è chiamato da tutti a correre verso il Congresso. Prima che si accoltellino tra di loro. fed. cap. —