Lettera del fondatore Luciano: chi ha sbagliato deve pagare, ma è inaccettabile essere trattati come malavitosi
lorenzo cresci
torino
Nessuna ricerca di giustificazioni per il Ponte Morandi, nessuna indulgenza per Autostrade, assunzione di responsabilità per «aver contribuito ad avvallare la definizione di un management che si è dimostrato non idoneo» e, non ultimo, lo sdegno per le accuse arrivate «con veemenza» dall’onorevole Di Maio. In una lettera alla Stampa, Luciano Benetton, tra i fondatori dell’omonimo gruppo e oggi nel cda di Edizione, la holding finanziaria di famiglia, si confessa dopo giorni, mesi, in cui, dal crollo del Morandi, Autostrade e la famiglia Benetton sono nel vortice. «Eppure serve fare chiarezza su un grande equivoco – esordisce Luciano Benetton – perché nessun componente della famiglia ha mai gestito Autostrade: siamo azionisti al 30% di Atlantia, che controlla Autostrade. E Atlantia ha il 70% di azionisti terzi nazionali e internazionali che nulla hanno a che vedere con Benetton». “Feriti da quel che emerge” «Le notizie su omessi controlli, sensori guasti non rinnovati o falsi report, ci colpiscono e sorprendono in modo grave, allo stesso modo in cui colpiscono e sorprendono l’opinione pubblica. Ci sentiamo feriti come cittadini, come imprenditori e come azionisti. Come famiglia Benetton ci riteniamo parte lesa», scrive il manager, assumendosi la «responsabilità di aver contribuito ad avvallare la definizione di un management che si è dimostrato non idoneo, un management che ha avuto pieni poteri e la totale fiducia degli azionisti e di mio fratello Gilberto che per come era abituato a lavorare, di sicuro ha posto la sicurezza e la reputazione dell’azienda davanti a qualunque altro obiettivo. Sognava che saremmo stati i migliori nelle infrastrutture». Ecco perché «non cerco indulgenza per Autostrade, chi ha sbagliato deve pagare». Testa a testa C’è il modo di rinnovare uno scontro nato nelle ore successive immediate al crollo del Morandi, quello con il leader dei 5 Stelle, Luigi Di Maio. «Quello che trovo inaccettabile – scrive Benetton – è la campagna di odio scatenata contro la nostra famiglia, con accuse che continuano tutt’ora con veemenza da parte di esponenti del governo, come l’onorevole Di Maio, che addita la famiglia come fosse collusa nell’aver deciso scientemente di risparmiare sugli investimenti in manutenzioni. In pratica come fosse malavitosa. Questo è inaccettabile». Perché «chi come noi fa impresa e ha la responsabilità di decine di migliaia di dipendenti si aspetta serietà, soprattutto dalle istituzioni, serietà non indulgenza». Un Di Maio che ricordiamo, solo poche settimane fa, con il tema caldo di Alitalia e la possibilità di un intervento di Autostrade per salvare la compagnia di bandiera, aveva parlato di una «Atlantia decotta e che non può essere coinvolta» e detto «si preoccupano che le mie parole possano danneggiare Autostrade, ma a loro che importa delle morti al Morandi? Se a questi gruppi di potere tocchi il portafogli è la fine». E il valore di fatti e parole, in rapporto al business, è fronte caldo. Perché val la pena ricordare l’altalena delle azioni di Atlantia. Piazza Affari la quotava 24,88 euro il 13 agosto, vigilia della tragedia. Il 14, nell’immediato, scendeva a 23,54 per poi conoscere una picchiata verso 17,20 euro, in due settimane. La ripresa e il ritorno a 24,70 (luglio ’19) aveva anticipato l’uscita dell’ad Giovanni Castellucci (metà settembre, picco negativo a 20,44) per arrivare ai 20,12 attuali. Fatti e parole, cui Benetton reagisce ricordando «che chi ci conosce sa come lavoriamo, vedi i risultati di Autogrill o aeroporto di Roma, realtà leader a livello internazionale. Siamo azionisti di lungo periodo che si sono sempre posti come obiettivo la crescita del valore delle aziende tenuto conto dell’interesse di tutti, utenti, clienti, lavoratori, investitori e azionisti». Struttura non all’altezza Poi, il mea culpa: «Non cerco giustificazioni, da quanto sembra l’organizzazione di Autostrade si è dimostrata non all’altezza, non è stato mantenuto il controllo necessario su tutti i settori di un sistema così complesso. Una struttura è fatta di uomini e qualche mela marcia può celarsi dappertutto. Leggere di intercettazioni tra tecnici che falsificano relazioni è inconcepibile, a chi giova mettere a rischio le strutture? A chi? Per risparmiare cosa? Quando il rischio è tale che qualsiasi risparmio ne verrebbe annientato, come dimostra il ponte Morandi. È una domanda a cui non riesco a rispondere». —
