venerdì 01/11/2019

LA SVOLTA 

LA PROPOSTA – IL SEGRETARIO SI PREPARA A UN CONGRESSO COSTITUENTE DA CUI NASCERÀ, DI FATTO, UN NUOVO SOGGETTO POLITICO (NON I “DEMOCRATICI” COME DICE NARDELLA)

“Chiamiamoci Democratici”. Dario Nardella, sindaco di Firenze, l’ha ribadito recentemente in un’intervista a Repubblica. Un’idea che lui e (e un tempo anche parte del fu Pd renziano) accarezzano da anni. Il cambio del nome come occasione per rinnovarsi, rinascere a nuova vita, cercare di attrarre fasce di elettorato nuove, eterogenee ed entusiaste. E pure modernizzarsi: senza la “P” di “Partito” davanti, i Democratici richiamerebbero direttamente i soggetti politici all’americana, di obamiana memoria, comitati di voti leggeri, mobili, con le primarie come ragione fondativa e le kermesse scenografiche a fare da collante.

Non c’è da stupirsi che questo genere di trasformazione per Nicola Zingaretti, che solo un paio di giorni fa ha detto che bisogna liberarsi dalle sirene della “confusione modernista”, sia fumo negli occhi. E infatti, il segretario del Pd non ha nessuna intenzione di seguire la strada indicata da Nardella. Per lui il nome non va cambiato. Il Pd però va rinnovato. Così ha motivato la sua contrarietà: “Non bisogna cadere nell’errore di cambiare tutto per non cambiare niente. Veniamo alla sostanza di contenuti politici, al superamento di un correntismo esasperato. La cosa piu importante è una discontinuità che in 12 anni non si è avuto il coraggio di fare”. Proviamo a leggere le dichiarazioni del segretario del Pd in controluce ai vari cambi di nome che nella storia di questo partito ci sono stati. Fu vera svolta politica la trasformazione da Partito comunista (Pci) a Partito democratico della sinistra (Pds) nel 1989: significava allontanamento dal Partito comunista sovietico, avvicinamento a una tradizione riformista, chiamata a un elettorato più moderato e anche più “laico”. La bandiera rossa del Pci, con falce e martello, sopravviveva nelle radici della nuova Quercia. Nella trasformazione da Pds a Ds (Democratici di sinistra) nel 1998 sparì del tutto. La svolta era compiuta, preludio al passaggio da Ds a Pd, che sancì la fine di un partito e la nascita di un altro. Con le lacrime di Piero Fassino al congresso di Firenze del 2008 ogni riferimento alla sinistra spariva dal nome di quello che oggi è il Pd. D’altra parte, si trattava di un partito nuovo a tutti gli effetti, nato dalla fusione tra Ds e Margherita. Veniamo allora alle dichiarazioni di Zingaretti. Cambiare il nome nella prospettiva indicata da Nardella è fuori discussione. Cambiare prima di tutto il partito e a quel punto trovare un’altra “ragione sociale”, un’altra linea politica e dunque pure un altro nome e un altro simbolo, è un orizzonte concreto, anche se non immediato.

La maggioranza zingarettiana, con il vice segretario Andrea Orlando (solida provenienza di sinistra) in primis, sta ragionando da tempo a una sorta di superamento del Pd, un’apertura, che consenta non solo l’ingresso degli ex “compagni” di Leu e di pezzi di società civile. Con una connotazione, però, chiaramente “ laburista” e di sinistra. Problema: in questa prospettiva che fanno gli ex Dc alla Dario Franceschini? E quanti, a partire dagli ex renziani di Base Riformista, sarebbero pronti a lasciare il Pd per migrare in massa in Italia Viva? Va detto che già adesso Zingaretti qualche problema con la corrente di Lotti e Guerini ce l’ha: ha pronta da settimane una nuova segreteria unitaria, ma non dà seguito alla cosa. Teme la scalata al partito da quella parte.

Però è titubante anche sul progetto più radicale: per carattere non è esattamente uno che lancia il cuore oltre l’ostacolo, senza aver soppesato più e più volte i pro e i contro. E così, non ha ancora deciso. L’inizio del percorso che dovrebbe passare per un congresso “vero” su “tesi politiche” (e quindi fondativo, nelle intenzioni della segreteria) sarà comunque lanciato nell’iniziativa di Bologna di metà novembre, che sta organizzando Gianni Cuperlo (anche lui fermamente di sinistra). C’è da scommettere, però, che sarà ancora una fase interlocutoria perché per allora non saranno sciolti tutti i dubbi di Zingaretti.

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