martedì 15/10/2019
LA DEPOSIZIONE DI ALESSANDRO GIACOBBI DI SPEA, LA SOCIETÀ ADDETTA AI CONTROLLI

“Autostrade chiedeva di correggere e aggiornare la relazione eliminando le discrepanze”. Sono le 9:37 del 17 settembre quando davanti al gip si presenta Massimiliano Giacobbi. È il responsabile divisione esercizio e nuove attività di Spea, la società che si occupa dei controlli di sicurezza per Autostrade. Ma quella mattina, con l’interrogatorio di Giacobbi, si apre la crepa tra le due società dello stesso gruppo.
IL VIADOTTO PUGLIESEL’ALTRA VERSIONE
“Aspi voleva correzioni sulla relazione del Paolillo per eliminare le discrepanze” “L’errore sarebbe stato solo una figuraccia con gli ispettori, la struttura è sicura”
Pochi giorni prima era arrivata l’ordinanza del gip genovese che aveva portato ai domiciliari Giacobbi (Spea), Gianni Marrone (Aspi) e Lucio Torricelli Ferretti (Spea). Per altri tecnici e funzionari Spea e Aspi erano arrivate misure interdittive: Maurizio Ceneri, Andrea Indovino, Luigi Vastola, Gaetano Di Mundo, Francesco D’Antona e Angelo Salcuni. L’accusa è falso ideologico.
E davanti alle accuse dei pm e alle intercettazioni raccolte dalla Guardia di Finanza di Genova il fronte difensivo sembra spezzarsi. Tecnici e dirigenti di Spea e Autostrade cominciano a lanciarsi accuse incrociate. Parliamo della costola di inchiesta partita dall’indagine principale sul crollo del Morandi. I pm ipotizzano che, dopo il 14 agosto 2018, siano stati taroccati alcuni report sulla sicurezza dei viadotti. E chiedono a Giacobbi la sua versione dei fatti. Il dirigente Spea si difende: “Tengo a dichiarare che non ho mai commesso azioni che potessero compromettere l’incolumità pubblica per scopo di lucro. Non ho mai anteposto i miei interessi personali a esigenze di sicurezza”. Si parla in particolare del viadotto Paolillo, in Puglia: “Dal monitoraggio sulla stabilità emergeva che l’opera era difforme dal progetto… la struttura era meno performante”, è scritto nell’ordinanza del gip.
A preoccupare Autostrade pare fosse l’arrivo dell’ispezione dell’ingegner Placido Migliorino del ministero delle Infrastrutture, il “mastino” come lo chiamano alcuni indagati. Giacobbi, e qui la sua versione collima con quella di Autostrade, sostiene che l’opera era sicura. Che le condizioni del viadotto erano corrispondenti al collaudo compiuto in origine. Insomma, è la difesa di alcuni indagati, al massimo si tratterebbe di “un’omissione” per evitare grane con l’ispettore. Niente a che fare con la sicurezza.
Ma poi il dirigente di Spea aggiunge: “I miei collaboratori, tempestati dalla Direzione di Tronco (di Autostrade, ndr) chiamavano me. La Direzione di Tronco… faceva pressioni affinché venisse rivista la relazione” perché, secondo la linea difensiva, si riferiva a una situazione di fatto non più esistente. E qui Giacobbi aggiunge: “Autostrade chiedeva di correggere e aggiornare la relazione eliminando le discrepanze. Ci siamo sempre opposti, trattandosi di documentazione ufficiale”.
Non è l’unico dipendente di Spea a scaricare Autostrade. Il 18 settembre viene sentito dal gip Lucio Ferretti Torricelli. Il responsabile dell’ufficio opere d’arte autostradali di Spea dichiara: “La direzione era stata portata a conoscenza della difformità riscontrata tra progettazione e realizzazione e aveva richiesto l’emissione di una nuova relazione in sostituzione della precedente in cui si omettesse questo dato. Come si evince dalle intercettazioni io non ero d’accordo”. Anche altri dipendenti di Spea sposano la linea.
Sul versante opposto ecco i dirigenti di Autostrade. Come Luigi Vastola, all’epoca dei fatti responsabile operativo del Tronco di Bari: “Non volevamo che Migliorino rilevasse quella presunta discrasia per non fare una figuraccia. Comunque il ponte è sempre stato sicuro”.
Ma gli interrogatori degli indagati toccano l’inquinamento probatorio. Il gip nell’ordinanza scrive: “Lo zelo della società durante le indagini si è tradotto in attività di bonifica dei pc, nell’installazione di telecamere per impedire l’attivazione di intercettazioni e nell’utilizzo di disturbatori delle intercettazioni”.
Giacobbi la ricostruisce così: “Quando ho letto l’ordinanza, nella parte in cui si parla di inquinamento probatorio, sono rimasto molto scosso… l’avvocato Andreano (non indagato, ndr), mio difensore, ha proposto di installare nei nostri locali dei disturbatori… per una questione che quando mi fu esposta non capii… per tutelare la riservatezza dei colloqui. Banalmente l’avevo trovata un’idea da accogliere. La società non ha opposto alcun diniego”.
