di Gianni Barbacetto e Vincenzo Iurillo
8/10/2019

Ora i due Matteo – Renzi e Salvini – fanno la morale al premier Giuseppe Conte sulla gestione della delega ai Servizi segreti e sui rapporti con lo studio Alpa. Conte farà bene a chiarire ogni cosa ma i due omonimi della politica italiana, oltre alla ricorrenza dell’onomastico, hanno avuto e hanno in comune la strategia del silenzio o delle balle senza contraddittorio, quando è toccato o tocca a chiarire qualcosa di scomodo. Tra omissioni, amicizie imbarazzanti, spericolate avventure all’estero di alcuni collaboratori. Negare di conoscerli, ai tempi dei social, è sempre più difficile. Può bastare una foto.

Salvini
Dal “russo” Savoini ai 49 milioni, fino all’affare dell’eolico
Matteo Salvini non solo chiede al presidente Giuseppe Conte di mollare la delega ai servizi segreti, ma pretende anche di diventare presidente del Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi. Forse, prima di diventarne presidente, sarebbe il caso che andasse al Copasir a spiegare alcune vicende che hanno coinvolto lui e la sua Lega.
1. Salvini deve spiegare chi è Giampaolo Savoini. Leghista doc, presidente dell’Associazione Lombardia-Russia. Dopo lo scandalo dei rubli, Salvini ha quasi negato di conoscerlo, ma poi è stato inchiodato dalle fotografie che dimostrano la sua presenza, sempre al fianco di Salvini, in tutte le missioni in Russia.
2. Savoini era presente anche all’incontro segreto avvenuto il 18 ottobre 2018 all’hotel Metropol di Mosca, dove era arrivato insieme a Salvini. Al Metropol, Savoini, affiancato da un avvocato d’affari e un consulente finanziario, incontra tre russi che gli propongono una fornitura da 1,5 miliardi di dollari di prodotti petroliferi russi.
3. I prodotti petroliferi erano da vendere a Eni (che smentisce), con un 6% di sconto. Che rapporti aveva stretto Salvini, quand’era al governo, con Eni e i suoi manager?
4. Quello sconto era da dividere tra faccendieri russi (2%) e intermediari italiani della Lega (4%), così da far arrivare nelle esauste casse del partito 65 milioni di dollari. Un finanziamento illecito dalla Russia con amore per ringraziare Salvini del suo sostegno a Putin.
5. La Procura di Milano sta indagando per corruzione internazionale sull’affare, che poi non si è concluso. Ma che l’incontro sia avvenuto e che la promessa dell’illecito finanziamento sia stata fatta è provato dalla registrazione audio finita sul sito americano Buzzfeed. Salvini ha dichiarato che la sua Lega non ha mai ricevuto dalla Russia né “un centesimo di rublo, né un goccio di vodka”. Ma – a parte il fatto che l’affare doveva essere concluso in dollari e non in rubli – che cosa ci faceva Savoini al Metropol? Per chi trattava?
6. Il giorno prima, il 17 ottobre 2018, Salvini aveva incontrato Dmitry Kozak, viprepremier russo con la delega all’energia. Poi era andato a cena al ristorante Rusky. Con lui c’erano Savoini, Ernesto Ferlenghi (presidente di Confindustria Russia e manager dell’Eni in Russia), Luca Picasso (direttore di Confindustria Russia), Claudio D’Amico (consigliere dell’allora vicepremier per le questioni strategiche) e Luca Paganella (capo di gabinetto di Salvini). Di che cosa hanno parlato quella sera?
7. Dalle casse della Lega sono spariti 49 milioni di euro di finanziamenti pubblici ricevuti sulla base di giustificativi irregolari. Salvini ha sempre scaricato la responsabilità sulla Lega Nord di Umberto Bossi e di Roberto Maroni. Ma in quegli anni Salvini non era su Marte: davvero non sapeva che cosa stava succedendo nel partito?
8. Non si è accorto neppure degli affari di un suo senatore e sottosegretario di governo, Armando Siri? È indagato per corruzione, per una tangente da 30 mila euro promessa dall’ex deputato Paolo Arata in cambio di incentivi a favore dell’energia eolica da inserire nella manovra economica.
9. Era un favore da fare a Vito Nicastri, imprenditore siciliano ritenuto tra i finanziatori della latitanza del boss di Cosa nostra Matteo Messina Denaro.
10. Niente da dire neppure sui soldi che il tesoriere della Lega, Giulio Centemero, avrebbe nascosto nella onlus Più Voci, mentre erano invece finanziamenti al partito?

Renzi
Il Tfr di “famiglia”, papà condannato, i Rolex arabi, ecc.
Anche l’altro Matteo, Renzi, fresco di partito personale, Italia Viva, dopo l’uscita dal Pd, avrebbe diverse risposte ancora da fornire.
1. L’affaire Digistart. La società di consulenze è stata creata da Renzi a maggio. Ora ne annuncia la chiusura, indignato da chi ha insinuato che la società serviva a lucrare con la sua attività politica. Ma se non fossero usciti gli articoli, chissà. Marco Carrai al Fatto dice che il 25 settembre si è dimesso da amministratore delegato.
2. Il complotto Woodcock-Scafarto-il Fatto: nel libro Avanti si alludeva alle indagini Cpl e Consip di W. e del Noe, e ai nostri scoop, come frutto di una macchinazione per incastrare lui e il papà Tiziano. Tesi crollata giovedì con la sentenza che ha prosciolto il maggiore del Noe Scafarto, perché i suoi errori erano “chiaramente involontari”.
3. Consip, Matteo Renzi sapeva dell’indagine? Un suo fedelissimo, Filippo Vannoni, lo ha detto al pm di Napoli Woodcock. Renzi non ha chiarito, né la Procura di Roma, che lo ha sentito due volte, ha pensato di porgli la questione.
4. “Mio padre sotto inchiesta per il cognome che porta”. Ovvero: Tiziano Renzi perseguitato perché papà del premier. Ma ora che Renzi è solo un senatore semplice, come si spiega la condanna di ieri per fatture false?
5. Romeo e “Luca”, Renzi jr, Renzi sr. Consip: in pubblico Matteo Renzi dice di essere sicuro che il padre non abbia mai incontrato Alfredo Romeo. In un’intercettazione, però, quando urla, dice di non credergli e lo invita a dire la verità “in quanto in passato la verità non l’hai detta a Luca …”. A chi si riferiva? Lotti? Non si sa.
6. Il pasticcio delle nomine e delle spese a Firenze. Condanne della magistratura contabile poi annullate per presunti sperperi di quando fu sindaco e presidente della Provincia. L’ultima condanna è di luglio e riguarda la nomina di quattro direttori generali. Non l’ha commentata, lasciando l’incombenza agli avvocati: “Finirà tutto in un nulla come in passato”.
7. L’assunzione sospetta e quel Tfr salvato. Assunto nel 2003 come dirigente nell’azienda di famiglia, la Chil srl, 11 giorni prima che l’Ulivo lo candidasse alla Provincia, Renzi ha goduto di 9 anni di contributi versati dalla collettività. Grazie ai quali ha poi maturato un Tfr di circa 40 mila euro. La vicenda è finita nell’inchiesta conclusa ieri nella condanna di Tiziano e quando noi del Fatto invitammo Matteo a donare allo Stato un tfr ottenuto in quel modo, non abbiamo avuto risposta.
8. La soffiata a De Benedetti: l’Ingegnere chiede al suo broker di investire 5 milioni in azioni di banche popolari dopo che Renzi gli ha anticipato un decreto sul tema, e per questa vicenda finisce a processo il solo broker. Dalle carte emerge una confidenza tra l’editore-imprenditore e il premier che avrebbe dovuto essere chiarita fino in fondo.

9. L’air force Renzi: come è stato possibile pagare 168 milioni di euro con un leasing da otto anni un aereo che poteva essere comprato a soli 7 milioni?

10. I Rolex dell’Arabia Saudita donati nel 2015 a una delegazione di governo, furono incamerati dalla Presidenza del Consiglio e poi spariti a lungo. L’orologio destinato a Renzi non appariva nell’elenco dei beni ricevuti per la funzione – e restituiti – che l’ex premier ha dovuto compilare lasciando l’ufficio. Poi sono riapparsi tutti i Rolex, ne abbiamo le foto. Sono davvero tutti?